mercoledì 10 giugno 2009
lunedì 22 dicembre 2008
sabato 20 dicembre 2008
I TEMPLARI E LA SANTA CASA DI LORETO
(di Gabriele Petromilli)
Ricerche storiche recenti, condotte sia personalmente che dal padre francescano Giuseppe Santarelli, studioso autorevole di storia lauretana, hanno fatto crollare l’antica, ascoltata e suggestiva tradizione del trasporto della Santa Casa grazie l’opera miracolosa degli angeli.
Santarelli, in un testo dal titolo “Indicazioni documentali sul trasporto della Santa Casa” del 1987, ha posto in evidenza che gli autori della traslazione del santo sacello ora venerato in Loreto fossero stati dei generici cavalieri medievali, senza specificarne il nome ma ipotizzando quelli dell’Ordine Costantiniano Angelico, trascurando tuttavia che negli anni degli avvenimenti questa organizzazione cavalleresca non era stata ancora ufficialmente costituita. Nello stesso anno ho pubblicato il saggio intitolato “I Templari e la Santa Casa di Loreto”, nel quale ho posto in risalto l’attività del Tempio nella gestione del trasporto della reliquia di Nazareth in terra picena. Ho motivato l’opera dell’Ordine sulla base di elementi prima di tutto storici e politici, in secondo luogo cultuali e mitologici, avendo notato precisi riferimenti con le arcaiche tradizioni picene legate al culto delle divinità femminili nere, vergini e madri (la dea Cupra).
La questione lauretana, da molti storici definita vexata per sottolineare il travaglio storico, letterario e filologico al quale è stata soggetta la tradizione religiosa, prese inizio alla fine dell’Ottocento e si protrasse per i successivi decenni. Sulla base di documenti, quasi tutti tardo medievali, autentici oppure alterati, si verificò una ridda di supposizioni e di certezze che trovò Chevalier, De Feis, Huffer e altri minori studiosi come negatori dell’autenticità della Santa Casa, e Thomas, Ranieri ed Eschbach come fautori della veridicità storica del sacello. In sostanza, le dispute si incentrarono su due punti fondamentali: l’esistenza in territorio lauretano di una chiesa dedicata al culto della Madonna prima della traslazione, avvenuta alla fine del secolo tredicesimo. Alla vertenza di natura storica si aggiunse quella di carattere archeologico. Tuttavia entrambe non portarono a risultati definitivi e inequivocabili. Le fonti tardo medievali furono principalmente le opere letterarie di Pier Giorgio Tolomei detto “il teramano”, cui si deve l’inizio della diffusione dei racconti del trasporto angelico del sacello, dunque miracolistico. A questi testi fecero seguito quelli di Battista Spagnoli, detto “il mantovano”, e di Giovan Battista Petrucci. Nel corso del Quattrocento, questi due autori, sebbene attraverso ottiche differenti, tentarono di offrire anche un quadro storico della traslazione, imitati in seguito da Marcoprobo Mariano e da Domenico Lazzarelli. Nei secoli sedicesimo e diciassettesimo parlarono della Santa casa Giangiacomo Trissino e Girolamo da Mondolfo, Torquato Tasso e Domenico Angelita. E’ da rilevare che la tesi della traslazione per ministerium angelicum prese ulteriormente corpo solamente in questi secoli causa il testo di Andrea Gelsomini del 1625, intitolato “Il tesoro celeste della devozione di Maria Vergine”.
Negli anni contemporanei la questione lauretana è stata oggetto di studio da parte di ricercatori eminenti e di studiosi improvvisati. Tra i primi, è bene ricordare Francesco Grimaldi e Carlo Bertelli, Bagatti e Testa, che condussero indagini sotto il profilo propriamente archeologico e simbolistico. Tra i secondi spicca Guido Monina, storico e già sindaco di Ancona, che ha spolverato le tesi ipercritiche di Calmet, di Trombelli e di Chevalier, disquisendo sulla storicità della Santa Casa attraverso riferimenti inesatti e negando perfino l’esistenza della città di Nazareth nell’antichità.
Nella situazione attuale della questione lauretana, grazie agli studi eseguiti da padre Santarelli e da quelli personali, si assiste al riavvio della concezione storica della traslazione delle pietre della Santa Casa, nonostante le resistenze devozionali motivate da una radicata tradizione miracolistica e da una certa parte del clero. Se la Madonna lauretana è stata eletta patrona dell’Aeronautica italiana, giacché secondo la tradizione la sua casa sarebbe stata trasportata in volo, ora sarebbe più opportuno investirla tutrice della Marina in quanto appare evidente e dimostrato che le pietre della Santa Casa fossero giunte nel Piceno attraverso il mare. Battute a parte, l’antica tradizione della traslazione miracolosa, alla quale milioni di pellegrini in visita al Santuario lauretano hanno dato credito per secoli, si attenua sempre maggiormente. Ne esce però rafforzata la funzione spirituale e religiosa del culto mariano di Loreto. Il sacrale messaggio dell’incarnazione divina, tangibilmente evidenziato dalle scure pietre di Palestina, è rimasto nei secoli immutato, e tale si tramanderà nella mente e nei cuori degli uomini desiderosi di conoscenza.
I punti fondamentali che fanno supporre la partecipazione dell’Ordine Templare al trasporto in territorio lauretano delle oltre ottanta pietre che compongono, attualmente miste ad altre, il sacello mariano all’interno della Basilica di Loreto, possono riassumersi in questo modo:
1) dalle testimonianze dei cronisti medievali, specialmente dal biografo di re Luigi IX di Francia, Jean de Joinville, risulta che l’Ordine conoscesse e custodisse la casa dell’incarnazione a Nazareth.
2) un documento e alcune notizie d’epoca attestano che agli inizi di maggio del 1291, in previsione della caduta della piazzaforte cristiana di San Giovanni d’Acri, una nave templare carica di reliquie avesse fatto vela per il porto di Atene, città allora governata dalla famiglia ducale dei De La Roche, tradizionalmente legata all’Ordine.
3) Si presume che la nave avesse raggiunto Atene, e che poi fosse ripartita per il porto di Brindisi. Il cronista e poeta Giovan Battista Petrucci, sostiene che fosse stata attaccata e predata del carico dai pirati Illiri durante la navigazione. Delle reliquie si persero le tracce. Alcuni anni dopo si ritrovano le sante pietre come dote matrimoniale di Isthamar d’Epiro, figlia del despota albanese Niceforo Angelo.
4) il territorio silvestre di Loreto, per la precisione la zona recanatese di Montatrice (etimologicamente mons sacer, monte sacro) dove le pietre furono originariamente sistemate, per tradizione arcaica era considerato sacro alla divinità femminile picena Cupra, anch’essa onorata come vergine e madre, raffigurata con la pelle scura del colore del rame (cuprum).
5) nelle vicinanze della zona di Montatrice esisteva un insediamento templare chiamato San Giovanni de Arculo, dipendente dalla precettoria templare di Sant’Angelo a Recanati
6) insieme alle pietre fu deposta a Montarice un’icona lignea figurante una Madonna nera. Si sarebbe originata in questo modo l’iconografia lauretana della Vergine Nera, verosimilmente a ricordo delle attribuzioni esoteriche e del cromatismo cultuale dell’antica divinità picena Cupra.
7) per complessi motivi politici e militari e grazie all’opera diplomatica di papa Celestino V, le pietre della Santa Casa furono riconsegnate all’Ordine che provvide alla deposizione nel luogo anzidetto in osservanza dei culti ancestrali del femminino sacro. L’idea della deposizione delle sante pietre a Sulmona, inizialmente caldeggiata dall’abruzzese papa Celestino, fu definitivamente abbandonata in seguito alle note vicende che condussero alla abdicazione di questo pontefice (cfr. Dante Alighieri: “… colui che fece per viltade il gran rifiuto”).
8) dopo la distruzione dell’Ordine Templare, le sante pietre furono trasportate sull’altura detta Monte Prodo, dove si trovano ancora ed intorno alle quali, dopo varie vicende, fu costruita una chiesa ed quindi una basilica mariana. L’icona fu sostituita con un simulacro mariano di colore nero, andato distrutto durante l’incendio del 1921. Ora è sostituito con una copia esatta. L’esistenza preesistente nel territorio lauretano di un’altra chiesa dedicata al culto della Madonna (Santa Maria de Laureto), non invalida minimamente le ipotesi di ricostruzione delle vicende.
CONFERENZE TEMPLARI A FANO
Si è concluso a fine agosto 2009, con ottimo successo di critica e di pubblico, l’affollatissimo ciclo di conferenze pubbliche di cultura templare tenuto nei mesi scorsi presso l’auditorium della chiesa di Santa Maria del Suffragio di Fano (Pu). Il ciclo, organizzato dalla Confraternita del Suffragio della nota località balneare marchigiana, ha avuto come relatore il dott. Gabriele Petromilli. I temi affrontati sono stati, precipuamente, la vicenda del trasporto in ottica templare in terra picena delle sante pietre della casa di Nazareth, e la tradizione storica e leggendaria sull’Ordine Templare di Fano, segnatamente sulle gesta leggendarie di Ugone del Cassero fanese e dei suoi figli, che uno storico locale del passato ha annoverato tra i nove mitici fondatori dell’Ordine sotto il nome di Hugues de Saint-Amand (o de Saint-Omére). A detta del priore della Confraternita del Suffragio di Fano, dr. Carlo Bertini, l’esperienza culturale templare di Fano verrà prossimamente di certo riproposta con altre attività ed in altre forme. Per il momento, è a disposizione (a pagamento, euro dieci) la dispensa fotocopiata del testo completo della conferenza di Gabriele Petromilli su “I Templari e la Santa Casa di Loreto”, da richiedere, solo per telefono (cell. 348.3726614), direttamente all’autore.
VESTIGIA DEL PASSATO
SAN FILIPPO DE PLANO IN MONTORTO
LA PIU’ IMPORTANTE PRECETTORIA TEMPLARE DELLA MARCA
(di Gabriele Petromilli)
A Montorto (o Montetorto), l’attuale frazione osimana di Casenuove, l’Ordine Templare si stanziò nel 1167 dopo avere assunto in enfiteusi vasti territori della diocesi locale. Nel luogo l’Ordine eresse una chiesa intitolata a San Filippo, alla quale fu aggiunto il nome di San Giacomo dopo la sospensione dell’Ordine nel 1312. Poiché i possedimenti si estendevano in una amplia zona pianeggiante, quantunque a tratti rotta da morbide colline, all’insediamento venne associato il nome di “de Plano”. L’insediamento divenne con il tempo una precettoria importante, forse la maggiore dell’antica Marca d’Ancona (cfr. G. Petromilli, “I Templari della Marca Centrale” 1983). Ampliò la giurisdizione su numerosi centri limitrofi, attraverso acquisti e donazioni di terreni. Intorno al 1240, anno che si presume costituire l’epoca della massima espansione, la sola precettoria di Montorto contava quarantadue cavalieri effettivi, tre cappellani ed un numero non definito di uomini tra sergenti, inservienti e operai. In caso di necessità contingenti, questi numeri potevano moltiplicarsi fino a raddoppiarsi. Come accadde nel 1247 in occasione della prevista, e poi concretizzata, battaglia di Osimo, quando un esercito ghibellino al comando di Roberto da Castiglione si scontrò nella piana osimana con il guelfo comandato dal vescovo Marcellino. Allo scontro parteciparono i Templari di San Filippo de Plano con un contingente di ottantuno cavalieri. L’episodio del combattimento è rimasto per certi versi molto singolare dato che si è rivelato l’unico nella storia in cui due Ordini di Terrasanta si sono battuti in armi in schieramenti opposti. Difatti nell’esercito del conte Roberto militava, quantunque non ufficialmente, un piccolo contingente di Cavalieri Teutonici. Per la cronaca, lo scontro fu spaventoso e la sorte arrise ai ghibellini. Sul campo si contarono quasi tremila morti e ventisei Templari di San Filippo (cfr. G.Baldassini, “Memorie storiche della antichissima e regia città di Jesi”).
“Fratribus Militiae Templi Sancti Philippi de Plano auximanae diocesis. Inter vos, ac venerabilem fratrem nostrum aux. episc. super quibusdam mortuariis decimis synodalibus, et aliis episcopalibus iuribus, ac super eo, quod excommunicatos et interdictos recipiebatis, ut idem episc. afferebat ad divina officia, et ecclesiaticam sepolturam, venerabilis fratribus nostris Aesino, Anconetano et Fanensis episc. dedisse recolimus in mandatis, ut auditis utriusque propositis, causam ipsam ad non remitterent sufficianter instructam, paefigientes partibus terminum competentem, quo nostro se conspectui praesentarent sententiam recepturam. Datum Laterani X kal. Aprilis, pontificatus nostri anno quattuordicesimo”.
Fu questo il testo dell’invito che papa Innocenzo III rivolse nel 1211 ai vescovi di Jesi, di Ancona e di Fano al fine di ricomporre le discordie sorte tra i Templari di San Filippo de Plano e il vescovo osimano Sinibaldo, al quale i cavalieri rifiutarono di pagare decime e diritti di varia natura. Anche nel 1271 si verificarono liti per il mancato pagamento dei Templari di decime annuali e di un puledro. Questo è il testo dei termini della contesa arrivata al cospetto di un notaio osimano:
“Mense Julii die XIII Ap.Sedis. Vac. Indictione XIII, tempore ven.P.D. Benvenuti D.G.A.E. Ven. P.D. Benvenuti episc. eccl. Santi Leopardi, episcopatus Auximi fecit nomine eccl. Auxim. fratri Jacobo de Parma praeceptori mancionis Sancti Phlippi de Plano, presenti nomine ipsius mancionis, et protestatus fuit quod ipse praeceptor pro dicta mancionis pensiones quas frater Gaijamanus praeceptor olim dicte mancionis vel alias pro ipsa mancione promisit dare domino (…) scilicet pauperum pullum equinum decimam fructum et aliis res dare promisit domino episc. auxim. pro terris, vineis et acclesiasticis rebus dicte mancionis concessit, sicut patet in istrumentis conceptis quia praeceptor interpellavit dictum dominum episc. ut sibi daret quidquid poterai sibi domino episc. secundum posse suum, et dominus episc. se paratum esse recipere et facere quidquid deberet (…) Actum Auximi in Camera D.E. praesentibus donno Corrado sudice et donno Jacobello Camerario dicti domini episc. et fratre Jacobino Ferrario dicte mancionis.”
L’anno successivo, nel 1272, il vescovo osimano Benvenuto ebbe di nuovo a protestare contro l’amministratore di San Filippo de Plano, frate Federico, affinché fosse corrisposto il canone enfiteutico annuale. I testi originali riportati sono stati estratti dall’antico scritto “I Protocolli del Vescovo San Benvenuto”. Non si conosce in che modo fosse stata ricomposta la contesa, se lo fosse stata. E’ evidente tuttavia che si fondò su di una questione di principio. Il dovuto dell’Ordine alla diocesi osimana era davvero irrisorio: un pullum equinum (un puledro), poche monete di rame corrispondenti ad un pauperum, lievi decime sinodatiche e di rappresentanza. Erano beni del tutto inconsistenti per una precettoria così estesa e ricca come San Filippo de Plano. Certamente l’Ordine Templare si richiamava alla esenzione di pagamento di qualsiasi imposta alla curie diocesane locali sulla scorta dei ripetuti privilegi pontifici. Dal canto loro i vescovi di Osimo pretendevano a buon diritto il canone annuale pattuito fino dalle origini per la concessione enfiteutica dei territori. Ma al di la delle semplici contese, gli episodi mostrano come non i rapporti tra i Templari ed il clero secolare locale non fossero stati buoni. L’inimicizia si sarebbe evidenziata soprattutto attraverso le annose liti per il possesso e lo sfruttamento delle così dette Fonti di San Gennaro, situate nei pressi dell’attuale chiesa osimana di Santa Palazia (cfr. A.Pannelli, “Memorie storiche di San Benvenuto). Ci sia consentito di riferire che in questo sacro edificio (ex chiesa di Sant’Agostino) è sepolto il frate agostiniano Tommaso Arbuatti (1673-1746), morto in forte odore di santità al quale lo scrivente è legato da discendenza in linea femminile.
Tra le pertinenze agricole della precettoria di San Filippo de Plano sono annoverabili gli antichi territori di Pretolone verso Cingoli, e le tenute di “Rota Grande” e di “Terra Magna” nell’attuale contrada di Mensa Vescovile. Nelle vicinanze c’è la contrada di Passatempo di Osimo. Secondo una personale interpretazione toponomastica, non è da escludere che la denominazione derivi da “passo del Tempio”, essendo stata la zona sotto l’amministrazione templare e ricoperta da una fitta vegetazione lungo il percorso del fiume Musone, elementi naturali che resero necessaria la costruzione di ponti per i viaggiatori provenienti dal territorio maceratese. Verso Jesi, invece, ci sarebbe stato il predio templare “del Bove”, situato non lontano dalla attuale località di San Paterniano (cfr. “Catasti Osimani”). Secondo calcoli personali, la precettoria di San Filippo de Plano si sarebbe estesa complessivamente su una superficie, compresi i territori satelliti locali, su una superficie di almeno trecento ettari di terreno, sui quali sorsero mulini e grancie, stalle e vivai ittici. Inoltre sembra che gli operai dei Templari di San Filippo fossero stati abili fabbricanti di stoffe e calderai, ovvero artigiani specializzati nella lavorazione del rame.
Nel 1308, papa Clemente V si rivolse con una epistola, rimasta famosa nella storia, anche ai vescovi di Osimo, di Jesi e di Fano, invitandoli a formare inquisizione contro i Templari che avessero risieduto nei territori di loro giurisdizione. Non è dato di sapere come si fosse comportato il vescovo osimano e che cosa fosse accaduto ai cavalieri di San Filippo de Plano. E’ comunque certo che la precettoria nel 1314, per altri autori nel 1319, fosse passata in proprietà dell’Ordine Gerosolimitano Ospedaliero, poi diventato Ordine di Malta. Nel contesto, c’è da ricordare un episodio speciale desunto da un documento curiale del 1373. Risulta infatti che frate Giovanni Angelico de Busco, del monastero di San Silvestro di Osimo, avesse ricevuto un biasimo pontificio ufficiale per avere dato asilo e sostentamento clandestino al cavaliere del Tempio frate Vanni da Recanati, già in odore di eresia e rifugiatosi nel monastero per oltre sessanta anni.
Cosa rimane oggi della antica precettoria: nello spiano campestre di quello che dovrebbe essere stato anticamente il piazzale della precettoria, rimangono visibili la chiesa campestre intitolata ai Santi Filippo e Giacomo, ed un ampio cascinale non abitato anticamente adibito a stalla e a deposito di attrezzature agricole. Entrambe le costruzioni sono state nei secoli ristrutturale e più volte rimaneggiate nelle loro forme. Il complesso è ora di proprietà della famiglia dei conti Baleani di Jesi. La chiesa, semplice ed austera nelle forme, è ancora consacrata. Vi si tengono cerimonie religiose nel giorno della ricorrenza annuale della festa dei santi patroni. Purtroppo il tempietto ha subito spogliazioni degli arredi interni e ripetuti furti sacrileghi, tanto che ora ha il portone rigorosamente sbarrato, e non è possibile visitare l’interno. Sbarrate sono anche le porte dell’ampia costruzione antistante. Ma è da segnalare un fatto curioso. A poche centinaia di metri di distanza, salendo la dolce collina di Montorto, è possibile trovare altre costruzioni consimili. Fin qui nulla di particolare. Ma se idealmente volessimo collegare i punti della loro dislocazione sul territorio, noteremmo che il loro insieme forma il disegno di uno stelo di fiore e di una corolla, presumibilmente di una rosa canina. E’ un messaggio arcano che i Templari avrebbero lasciato a chi sarebbe in grado di comprenderlo?
Come arrivare in auto a San Filippo: strada provinciale da Ancona fino allo svincolo per Polverigi (meglio imboccare la diramazione di Torrette). Quindi imboccare l’incrocio con la strada comunale per Jesi. A oltre cinque chilometri dal bivio, si giunge alla frazione di Casenuove. Proseguendo la strada per Jesi, la chiesa di San Filippo si trova a circa tre chilometri dal nucleo abitato ed è visibile dalla strada sulla destra del senso di marcia. Uno svincolo chiamato via della Commenda, situato sempre sulla destra della direzione di marcia, conduce allo spiazzo dell’antica precettoria templare. Distanza complessiva tra Ancona e Casenuove di Osimo, circa venticinque chilometri.
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IL CASTELLO PERFETTO (di Gabriele Petromilli) - Gli studiosi di cose templari stanno ancora dibattendo se l’Ordine del Tempio fosse stato il costruttore delle proprie chiese o dei siti in cui svolsero le loro attività primarie, o se piuttosto avessero comperati, oppure presi in locazione da altrui, gli edifici adeguati ai propri scopi istituzionali sul territorio. Per la Marca, zona di personale specifica cognizione, posso dire che nella maggioranza dei casi i Templari assunsero in enfiteusi le loro proprietà (vedi la precettoria di San Filippo de Plano di Osimo o quella della così detta “Villa del Balì” di Saltara) dalle diocesi, per poi estenderle o per abbellirle seconda le proprie necessità cultuali e liturgiche. Comunque sia, tenendo conto delle situazioni verificatesi in altre parti della penisola ed Oltralpe, sarebbe meglio adottare in proposito la massima in medio stat virtus, per cui l’Ordine avrebbe adottato, in genere, entrambi gli accorgimenti secondo le occasioni che a vario titolo si fossero presentate. Mi sembra neppure vincolante, ai fini dell’identificazione degli edifici templari, li modo in cui il Tempio ne fosse venuto in possesso, o l’uso specifico che avrebbe fatto degli stessi. La questione si adatta alla vicenda della costruzione della rocca di Castel del Monte, nelle limitrofie di Andria, nelle Murge pugliesi. La località fu una delle residenze privilegiate dell’imperatore Federico II di Svevia il quale, nei primi decenni del secolo tredicesimo, volle farvi costruire una stranissima fortezza, ancora oggetto di ampie dispute tra studiosi se fosse stata suggerita dai principi esoterici del sapere iniziatico dell’Ordine. E’ innegabile, è storicamente accertato, che il committente dell’opera fosse stato l’imperatore Federico. Documenti d’epoca nonché appropriati ed approfonditi studi lo hanno dimostrato. Tuttavia molteplici elementi di carattere architettonico, ed altri di natura tipicamente esoterica, inducono giustamente a fare pensare ad un’ingerenza se non diretta dell’Ordine, almeno ad un fervore fattivo di iniziati templari durante il periodo della fabbricazione. Vero è che tra i Templari e Federico non corse mai buon sangue in politica, ma è bello pensare che fossero andati d’accordo se non altro per questioni concernenti nozioni iniziatiche sacrali. Stando in questo modo le cose, il problema della originaria attribuzione dei vari monumenti dianzi accennato, sembrerebbe risolto almeno in questo caso, ma in parte. Difatti tra le mura di Castel del Monte si rincorrono le conoscenze simbologiche di un’intera epoca, del Medioevo, che a stento potrebbero definirsi soltanto di stretta attinenza templare. Molti studiosi del periodo federiciano, tra i quali Maria Letizia Troccoli Verardi, in un saggio dal titolo “Un libro di pietra”, ha sostenuto che l’imperatore Federico fosse stato appassionato di esoterismo, suo cultore fervente, e che Castel del Monte sia uno degli edifici più enigmatici da un punto di vista simbologico che la storia abbia mai visto. Peraltro, anche soltanto per rappresentare la pianta ottagonale della fortezza sarebbe necessario tracciare dei rettangoli con un lato di 22 metri e l’altro di 35 e sessanta centimetri. Difatti i ventidue metri rappresenterebbero la sezione aurea del lato maggiore, dunque il fondamento di quella “divina proporzione” tanto celebrata dai costruttori medievali. Inoltre coinciderebbero con 40 cubiti di cinquantacinque centimetri ciascuno. Secondo la tradizione vigente durante il Medioevo, la cifra quaranta sarebbe stata sacra e queste grandezze sarebbero state usate da re Salomone per costruire il Tempio di Gerusalemme. Nel corso dell’età di mezzo, il riferimento degli architetti al quaranta fu pressoché costante. Questa cifra fu particolarmente citata in termini sacrali nel “Libro della Sapienza” dell’Antico Testamento e nei testi di Sant’Agostino di Ippona. Del resto, quaranta furono i giorni di durata del diluvio universale, quaranta furono i giorni trascorsi da Mosè sul Monte Sinai in attesa delle tavole della legge, quaranta gli anni della peregrinazione nel deserto del popolo ebreo, quaranta i giorni del digiuno di Cristo, quaranta quelli della quaresima. Gli esempi dei riferimenti biblici, evidenziati simbolicamente nel Medioevo, potrebbero continuare a lungo. La costruzione di Castel del Monte, stando alle intenzioni iniziatiche, avrebbe dovuto costituire anche l’omphalos della terra, il centro del mondo, il serbatoio delle “acque di Iddio”. Scrisse in proposito il rinomato esoterista René Guénon: “… il serbatoio delle acque celesti è identico al centro spirituale del nostro mondo. Per gli Ebrei questo centro spirituale si identifica con la collina di Sion (…) Ma ci si può spingere ancora più lontano. Dopo il Tabernacolo del Tempio, è l’Arca dell’Alleanza nel tabernacolo stesso, i luoghi di manifestazione della Shekinah rappresentano altrettanti approssimazioni successive del “polo spirituale”. Uno dei luoghi di tali manifestazioni sarebbe stato costituito, stando alle tante tradizioni su Castel del Monte e circa la sua valenza iniziatica, proprio dalla fortezza ideata dall’imperatore Federico di Svevia. E perché no, forse anche grazie all’assistenza dei sapienti dell’Ordine del Tempio.
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STORIA
I TEMPLARI E LA SINDONE
(di Gabriele Petromilli)
Nella primavera del 1291 l’esercito islamico sferrò l’attacco decisivo contro l’ultima roccaforte militare cristiana, San Giovanni d’Acri. Vi fu un assedio, poi la capitolazione. Il fatto segnò l’abbandono definitivo della Terrasanta da parte delle forze occidentali. Prima dell’assedio e della caduta, i Templari procurarono di mettere in salvo per la via del mare, rimasta ancora libera, tutto ciò che rappresentava devozione di culto cristiano. Così, come avvenne per le pietre della Santa Casa di Nazareth, anche per altre reliquie i Templari organizzarono il trasferimento nei territori cristiani. I trasporti sono stati ampiamente documentati dai cronisti del periodo, così come è stato dimostrato che dalla fine dell’anno 1291 iniziò a propagarsi a dismisura in Europa il culto delle reliquie provenienti dai luoghi santi, quantunque fossero state in gran parte false, contraffatte o ingannevoli. Ma a proposito della sindone, per intendrci del lenzuolo conservato attualmente a Torino, i fatti sembrano essersi svolti in modo differente. Da un carteggio ufficiale dell’Ordine Templare datato 17 gennaio 1293, risulta che un telo “marcato dalla figura di un uomo morto e disteso” attribuita a Gesù Cristo, fosse stato affidato ad un alto ufficiale del Tempio, Goffredo di Charnay. Si ritrova questa persona a Parigi nel 1296 con la carica di gran precettore di Normandia. Due anni più tardi de Charnay fece costruire a Lirey, cittadina situata nei possedimenti della sua nobile casata, la chiesa di Notre Dame. Qui egli fece porre ed esporre la sindone affidatagli. Sul fatto scrisse il cronista templare François de Saath, le cui affermazioni furono sostanzialmente ribadite dalle cronache di Guglielmo de Molalbert oltre un secolo dopo. E’ pertanto presumibile che il santo telo avesse seguito Charnay nel suo rientro in Francia dalla Terrasanta, e non avesse seguito la rotta marittima usuale per gli altri beni di cristiana devozione. Goffredo de Charnay fu lo stesso dignitario dell’Ordine che finì ucciso sul rogo insieme a Jacques de Molay nel marzo del 1318.
I Templari furono sempre al corrente dell’esistenza del telo, anzi sembra che la sua custodia e protezione avessero costituito loro precise funzioni istituzionali. Il biografo del re francese Luigi IX il Santo, de Joinville, nella cronaca della ottava crociata ebbe a scrivere che un telo di lino preziosissimo fosse conservato in una cassa di legno e argento nella chiesa di Santa Maria della Fossa a San Giovanni d’Acri, e che quattro cavalieri templari e un sergente montassero a turno la guardia al forziere, sia di giorno che di notte. Purtroppo non si conoscono altre notizie riguardanti la reliquia durante la permanenza in Terrasanta, sia da parte templare che da altre fonti. Lo stesso resoconto di de Joinville rimane incomprensibilmente sottaciuto dalla storia. Dopo la morte di Goffredo de Charnay, le proprietà della sua famiglia furono requisite dalla corona di Francia. Anche la stessa chiesetta di Lirey e il telo stesso. Con la morte di Goffredo potrebbe considerarsi chiuso il rapporto tra la sindone e le vicende dell’Ordine Templare. Rimane in piedi tuttavia il fatto di conoscere con certezza, sotto il profilo puramente storico, se il telo ora conservato in San Lorenzo di Torino, è lo stesso di cui hanno parlato i cronisti medievali come oggetto di cura da parte dei Templari.
Nel corso dei secoli, peraltro, si sono sovrapposte notizie su molte altre sindoni, però molto differenti tra loro per natura e per storia. Sono state contate ben trentaquattro presenze di sindoni, ovviamente tutte fittizie, quantunque in ogni caso certificate come autentiche dalle autorità ecclesiastiche passate e contemporanee. Come il telo del “volto santo”, tuttora oggetto di culto nel santuario di Manoppello, in Abruzzo. Tra le sindoni che spesso furono equivocate con il telo di Torino c’è stata la così detta “sindone di Besançon”, che andò distrutta nell’incendio del 1439 della cattedrale di Saint Etiénne della città francese dove era conservata. Secondo la testimonianza autorevole del vescovo di Troyes, Pierre d’Arcis, questa sindone sarebbe stata un dipinto su tela grezza figurante Gesù Cristo, trafugato dai crociati europei nella chiesa di Santa Maria di Blachernae di Costantinopoli nel 1204 durante la celebre sacrilega depredazione da parte dei Veneziani. Nonostante le descrizioni e le certificazioni storiche che attestarono la diversità tra le varie sindoni, le reliquie sono state confuse dai cronisti antichi e moderni troppo spesso e grossolanamente, tanto da fare presumerne una volontarietà dell’errore.
Riguardo la sindone torinese le cose stanno diversamente. Il suo percorso, passo per passo, è stato documentato dal 1298, ovvero dall’anno in cui fu esposta nella chiesa di Notre Dame di Lirey. In virtù della confisca dei beni dei de Charnay, per ordine di Filippo il Bello la sindone fu trasportata del castello di Laurentin en Seine, nei pressi di Parigi. Vi fu conservata fino al 1349, anno in cui il sovrano Filippo VI di Valois reintegrò nei possedimenti e nelle proprietà la famiglia de Charnay, probabilmente per meriti diplomatici verso la corona. Anche la chiesa di Lirey e il santo telo furono restituiti. L’anno seguente la sindone venne esposta nuovamente a Notre Dame di Lirey. Da questo momento la sindone “templare” iniziò ad assumere una vastissima notorietà in Europa, tanto che centotre anni dopo la restituzione fu usata da una duchessa de Charnay, tale Margherita, come oggetto di scambio a favore dei duchi di Savoia. Dall’anno (1453) del “gran dono”, come la cessione fu allora definita, la storia della “vera” sindone è comunemente nota. Questa è la ricostruzione accertata e fedele delle vicende storiche che riguardano il sacro lenzuolo, tracciata in modo essenziale ed esaustivo. Per la cronaca, la sindone verrà ulteriormente esposta al pubblico a Torino nel giugno nel 2010. Le altre ricostruzioni storiche al riguardo, nonché le note vicende di analisi scientifica al riguardo, sono state scandite dalla volontà di cancellare ogni traccia di partecipazione templare al suo studio.
Le ricerche personalmente svolte nell’arco di una decina di anni, sembrano avere trovato conferma in un articolo del 1986 della rivista britannica “Newsletter”. Vi si legge che Goffredo de Charnay avrebbe avuto personalmente in consegna la sindone nell’isola di Cipro, precisamente monastero ortodosso di Lambusa, nel 1292. Nel 1297 egli avrebbe assunto la carica di gran precettore dell’Ordine per la Normandia (sebbene a me risulti nel 1296), e che nel 1302 (a me risulta nel 1298) egli avrebbe fatto costruire a Lirey la chiesetta di Notre Dame. L’articolo riporta inoltre la mia stessa fonte documentativa riguardo la restituzione dei beni ai de Charnay, cioè il celebre testo di Alphonse Baptiste Anselme “Storia cronologica e genealogica della Casa Reale di Francia” del 1717. Oltre alle ricerche storiche, altri elementi minori conducono al legame tra il santo telo di Torino e l’Ordine Templare. Su certi sigilli ufficiali dell’Ordine risalenti al 1271 e al 1289, usati negli atti legali rispettivamente da fra Widekin, precettore templare di Germania e di Slavonia, e da Frederich de Salm di Schongau (Carizia), recano incisa l’effige di un volto maschile simile a quello impresso (al positivo) sulla sindone. E’ l’immagine del volto di San Giovanni evangelista, personaggio al quale Templari di cultura tedesca di votarono, oppure è quella dell’ “uomo della sindone”? In un’anta di legno dipinta, databile intorno la seconda metà del secolo tredicesimo, sulla quale era riprodotta l’immagine sindonica, fu rinvenuta nel 1958 in una chiesa già gestita dei Templari nella cittadina di Templecombe, in Gran Bretagna. Sempre in Inghilterra, precisamente nella abbazia di Donney nel North Northfolk, luogo templare dal 1117 al 1313, sono stati portati alla luce bassorilievi sepolcrali con sculture dell’immagine della sindone (cfr. “Die Hareford karte” del 1903 in merito ai sigilli, e “Act of Royal Commission of Historical Mounuments in England” (1931) riguardo i ritrovamenti archeologici).
LE CROCIATE
(di Fernanda Nosenzo Spagnolo)
La ragione per cui le Crociate continuano a suscitare l’interesse del pubblico e degli storici è fondamentalmente motivata dall’ampiezza del fenomeno storico che hanno rappresentato. Nel mettere in moto considerevoli masse di popolo e di interessi della più varia natura, le Crociate hanno avuto nella fede cristiana il loro principale motore.
Sostanzialmente le Crociate sono state spedizioni militari dell’Occidente cristiano contro il Medio Oriente islamico per liberare la Terra Santa e ricondurla alla religione di Cristo. Gli storici hanno contato otto spedizioni, sviluppatesi in un arco di tempo complessivo di quasi duecento anni ed alle quali hanno contribuito, con conseguenze più o meno fortunate, i maggiori sovrani europei dell’epoca.
C’è da dire che le crociate fallirono dal punto di vista strettamente militare. Ebbero di contro effetti rilevanti per la vita sociale ed economica dell’occidente europeo. Tutto sommato contribuirono al progresso collettivo delle nazioni di un intero continente.
Le Crociate aprirono le porte al commercio nei traffici con l’Oriente, eliminarono in gran parte il monopolio mercantile dei Bizantini e degli Arabi, e in particolare favorirono le repubbliche marinare italiane, specialmente quella di Venezia. Le spedizioni militari contribuirono anche all’introduzione in Europa di nuove tecnologie, di industrie e di imprese che, nel loro insieme, diedero impulso alla nascente borghesia ed il colpo di grazia decisivo al già decadente feudalesimo.
Le cause che provocarono le Crociate furono varie e sovente differenti. Innanzi tutto le motivazioni connesse alla religione, ovvero il desiderio di riscattare i luoghi che videro la vita e la predicazione di Gesù Cristo dal dominio mussulmano, spesso intollerante nei confronti dei pellegrini cristiani provenienti dall’Europa e delle comunità cristiane ivi createsi dai primi anni della nascita del cristianesimo. In secondo luogo ci furono motivazioni economiche e sociali, che si concentrarono nella volontà di riattivare, da parte dei potentati navali occidentali, i già fiorenti e vantaggiosi commerci con l’Oriente interrotti con l’invasione turca e, da parte dei grandi feudatari europei, di riprendere in nuove regioni i possedimenti perduti in Europa a causa della decadenza del sistema feudale.
La prima crociata (1096-1099) fu bandita dal papa Urbano II attraverso i concili ecumenici di Piacenza prima, e di Clérmont d’Auvergne poi. I fautori della crociata si avvalsero della predicazione di Pierre d’Amiens (Pietro l’Eremita), detto anche Pierre Le Coucoupétre, al grido di “Dio lo vuole”. Questo personaggio, spinto dal fervore religioso, tentò inizialmente una propria spedizione, ma dovette arrendersi a circostanze contrarie e rientrò in Francia senza avere toccato i lidi della Terra Santa. La campagna militare contro i Turchi fu invece organizzata da Goffredo di Buglione, il duca di Lorena che ne assunse il comando insieme al fratello Baldovino di Fiandra. Quest’ultimo assunse il titolo di re di Gerusalemme quando la città fu conquistata dalle forze cristiane. Insieme a questi parteciparono in armi anche il duca Eustachio, Boemondo d’Altavilla e Raimondo conte di Tolosa. La prima fase della crociata si caratterizzò dall’impresa di Pierre d’Amiéns che attraversò tutta la penisola balcanica con il proposito di raggiungere la Palestina per via terra. Gli uomini della spedizione, che durante il tragitto si comportarono più come predatori che da componenti di un esercito, furono ben presto decimati dalla reazione delle popolazioni ungare e bulgare. Successivamente questi crociati furono ospitati con diffidenza dai Bizantini nei loro territori, e quindi definitivamente spazzati via in Armenia dall’esercito turco.
La seconda fase della crociata fu accuratamente organizzata da Goffredo di Buglione. L’esercito occidentale fu trasportato via mare e approdò nei territori limitrofi all’Armenia. Gli europei coalizzati attaccarono immediatamente i Turchi: assediarono e conquistarono la città strategica di Nicea, sbaragliarono l’armata turca nella piana di Dorilea, poi espugnarono Edessa ed Antiochia dirigendosi a meridione, verso Gerusalemme, la cui conquista e liberazione dai maomettani costituiva il fondamento primario della spedizione. La Città Santa cadde in mano cristiana dopo un breve assedio, nel dicembre 1099.
Lo scopo della crociata era stato raggiunto, ma restava l’ardua incombenza di organizzare i territori strappati ai Turchi. A Goffredo di Buglione, il capo militare e politico della crociata, i vincitori offrirono il titolo di sovrano di Gerusalemme. Ma questi rifiutò a favore del fratello Baldovino, assumendo soltanto il titolo di “difensore” del Santo Sepolcro. Come conseguenza alla invasione europea, in Palestina si verificò la formazione di un sistema di piccoli stati (o potentati) feudali che per molteplici ragioni non costituirono mai una forte unità politica. Dopo quasi cinquanta anni essi caddero di nuovo in mano mussulmana. Inoltre, per una capillare difesa armata dei luoghi religiosi e degli interessi politici ed economici dei monarchi europei, furono istituiti Ordini Cavallereschi di impronta monastica (Ordine Templare, Ordine Teutonico, Ordine dell’Ospedale, ed altri).
La seconda crociata (1147-1149) fu causata dalla cauta in mano islamica della città di Edessa, che era nel frattempo diventata il più forte baluardo in territorio siriano della cristianità. La nuova spedizione venne proclamata in Europa da papa Eugenio III e predicata da Bernardo da Chiaravalle. I due indussero il re di Francia Luigi VII e lo stesso imperatore del Sacro Romano Impero, Corrado IV, ad invadere in armi la Siria per riportare alla cristianità l’importante centro strategico. Ma la l’impresa produsse esiti quasi nulli, ed ebbe come unico effetto quello di ritardare di qualche anno la ricaduta in mano mussulmana di Gerusalemme.
La terza spedizione militare in Palestina (1187-1193) è nota come la “crociata dei tre re”. Infatti parteciparono Federico I Barbarossa, Filippo II Augusto di Francia e Riccardo I Plantageneto Cuor di Leone, re d’Inghilterra, che ne fu l’assoluto protagonista. Nel corso della marcia di avvicinamento alla Palestina, condotta per via terra, l’imperatore tedesco moriva affogato nel fiume Salef in Turchia, ed il suo esercito fu costretto ad abbandonare l’impresa. Il sovrano francese, inoltre, cominciò a sollevare problemi d’ordine territoriale in Europa verso l’antagonista di sempre, Riccardo Cuor di Leone, così che il suo contributo militare e politico si rivelò pressoché nullo. La crociata era stata promulgata da papa Clemente III in seguito al disastro militare cristiano ad Hattin, ma soprattutto come conseguenza della conquista di Gerusalemme da parte del sultano ayyubide Salah Al Din (Saladino), il quale aveva esteso il suo potere su tutto l’Egitto e sui vasti territori occidentali della penisola arabica minacciando la sopravvivenza territoriale dei potentati cristiani di Terra Santa. La terza crociata si concluse con un onorevole trattato di tregua tra Riccardo Cuor di Leone e Saladino: i cristiano conservarono il principato di Antiochia, di Tripoli siriana e di Giaffa (l’attuale Tel Aviv), nonché l’importante porto di San Giovanni d’Acri ed il libero accesso ai pellegrini cristiani al Santo Sepolcro dentro Gerusalemme.
La quarta crociata (1202-1204), detta anche “dei Veneziani” in quanto la Serenissima divenne il potentato occidentale che ne trasse i maggiori guadagni e che ne fu indiscusso protagonista, fu predicata da papa Innocenzo III con lo scopo di riparare all’esito negativo delle spedizioni militari precedenti. Ma anche questa impresa ebbe esito privo di valore per la cristianità, fatta eccezione per la Repubblica di Venezia. Avvenne che i comandanti dell’esercito crociato, Bonifacio da Monferrato e Baldovino di Fiandra, per raggiungere la Terra Santa si fossero rivolti a Venezia affinché mettesse a disposizione la sua flotta. Venezia acconsentì, traendone occasione per riconquistare la città portuale di Zara che si era ribellata. Durante l’assedio della città, il principe bizantino Alessio Angelo, figlio dell’imperatore di Costantinopoli Isacco II, chiese aiuto ai crociati affinché intervenissero a difesa della cristianità contro un dignitario imperiale che paventava l’usurpazione del governo. Fu così che una parte dello schieramento cristiano, guidato dai notabili di Venezia, accettò la difesa e si portò verso Costantinopoli dove riportarono sul trono l’imperatore Isacco. Alcune settimane dopo scoppiò un grave tumulto popolare a Costantinopoli. Non solo. Durante una congiura di palazzo Isacco II ed il figlio Alessio furono uccisi. Il gesto divenne il pretesto per un nuovo intervento crociato al fine di riportare la legalità, e Venezia prese fin troppo a cuore l’impegno: nel settembre del 1204 armati veneziani entrarono con la forza nella città di Costantinopoli mettendola pesantemente a sacco, la ridussero all’impotenza militare ponendone a capo Baldovino di Fiandra, e proclamarono la costituzione di un artificioso Impero Latino d’Oriente.
Il saccheggio della capitale dell’impero bizantino ebbe gravissime ripercussioni in tutta Europa e colpì i fragili equilibri dei potentati cristiani di Terra Santa. Venezia però ne trasse grandi vantaggi: di fatto poté impadronirsi dei territori e estendere la propria influenza sulla maggior parte delle isole dell’Egeo e dello Ionio. Enrico Dandolo, doge veneziano nel periodo dei fatti, si insignì del titolo di “signore di un quarto e mezzo dell’impero romano”. L’Impero Latino d’Oriente, creazione politica della Repubblica di Venezia, ebbe tuttavia vita breve. Nel 1261 fu abbattuto da una rivolta capeggiata dalla dinastia dei Paleologhi che, con l’auto di Genova, ripristinarono l’antico impero bizantino.
La quinta crociata (1218-1221), detta anche “la crociata di Damietta”, fu guidata dal sovrano ungherese Andrea II e da Giovanni di Brienne, sovrano titolare del Regno Latino di Gerusalemme che, territorialmente, non esisteva da anni. Fu la prima spedizione che venne rivolta contro i sultanati egiziani che si erano impadroniti della Palestina. Anche questa impresa ebbe un esito nullo dopo un iniziale successo, ovvero la conquista della città di Damietta, importante punto strategico situato nel delta del Nilo. I crociati attesero invano l’arrivo dell’esercito imperiale di Federico II di Svevia come rinforzo. Dopo mesi di attesa, Damietta fu riconquistata dal sultano egiziano e l’esercito crociato si disperse.
La sesta (1228-1229) fu guidata dall’imperatore Federico II, già scomunicato da papa Gregorio IX per non avere ottemperato all’impegno di prendere le armi e di ricondurre Gerusalemme alla cristianità. Tuttavia Federico, giunto in Terra Santa, invece di ricorrere alla guerra preferì patteggiare con il sultano dell’Egitto. Ottenne la cessione della Città Santa e dei principali luoghi sacri della cristianità per i successivi dieci anni. Il papa tuttavia non riconobbe né ratificò il trattato, dando successivamente luogo alla settima ed alla ottava crociata.
La settima (1248-1252) e l’ottava crociata (1270) furono condotte dal sovrano francese Luigi IX il Santo. Entrambe fallirono in modo miserevole. Anzi, lo stesso Luigi IX fu dapprima catturato dai mussulmani e quindi liberato grazie al denaro messo a disposizione dall’Ordine del Tempio, poi trovò la morte per peste a Tunisi nel 1270.
Nello svolgimento delle crociate si inserì l’opera di un grande pontefice, uno dei maggiori del Medioevo e della storia della Chiesa: Innocenzo III, al secolo Lotario da Segni. Fu papa dal 1198 al 1216. Sotto il suo governo la Chiesa raggiunse l’apogeo della propria potenza. Nell’ottica della politica ecclesiastica, Innocenzo bandì la quarta crociata in Terra Santa, una crociata contro i Mori di Spagna, affidata alla guida di re Alfonso III di Castiglia, un’altra crociata contro le popolazioni pagane della Prussia. Con un’altra crociata ancora portò guerra aperta ai Catari della Francia meridionale. Questa crociata, detta “degli Albigesi” (da Albi, città maggiore epicentro del catarismo) iniziò nel 1209, e fu bandita dal papa contro Raimondo IV di Tolosa, noto protettore dei Catari. La spedizione cattolica in Provenza fu guidata da Simone di Montfort, e vi presero parte numerosi signori feudali della Francia settentrionale. Furono commesse devastazioni ed eccidi atroci che fecero sollevare le proteste dello stesso pontefice. Le lotte decennali condussero all’estirpazione del catarismo nella Francia e in Italia dopo la capitolazione della roccaforte catara di Montségur.
Innocenzo III fu anche il pontefice che istituì ufficialmente l’Inquisizione religiosa nel 1215, per cercare, processare ed eventualmente condannare gli eretici e, qualora si fossero mostrati particolarmente ostinati, consegnarli alle autorità civili affinché li punisse secondo le leggi al tempo vigenti. Inoltre Innocenzo appoggiò apertamente l’azione dei cosiddetti “ordini mendicanti” e la pratica della povertà monacale. Tra questi ordini, ricordiamo l’’ordine degli Umiliati, diffuso soprattutto in Lombardia, quello dei Lazzariti (o Lazzaristi) dediti alla cura degli infermi, dei Carmelitani e dei Eremitani, entrambi votati alla meditazione e alla contemplazione religiosa. Innocenzo appoggiò specialmente l’Ordine Francescano e quello di Domenico di Guzman, trasformatosi successivamente in un ordine monastico di predicazione.
Il periodo delle Crociate, gli avvenimenti che contraddistinsero lo svolgimento delle stesse, sono stati da sempre oggetto di giudizi e di discussioni, di entusiasmi e di denigrazioni, che sostanzialmente rifletterono la sensibilità del periodo storico in cui furono espressi. Non c’è dubbio che le Crociate continueranno a suscitarne, se non altro in quanto narrano avvenimenti e uomini che, con le azioni e con la fede, con le loro qualità e con i loro difetti, furono protagonisti di un’epopea della storia umana che non ha trovato mai comparazioni in periodi storici successivi.
DEMONOLOGIA
LE AGGRESSIONI DEMONIACHE
(stralcio dal libro di Gabriele Petromilli “Il diavolo”, Edizioni Il Cavallo Alato, 1993)
L’attività del diavolo sull’essere umano attraverso lo spirito, l’intelligenza e la volontà, originerebbe forme di aggressione che definirei rispettivamente “diretta”, “mediata” e “sociometrica”. Queste tre forme di azione demoniaca, da me stesso fissate e coniate, sembrano compenetrarsi a vicenda e spesso agire tra loro in osmosi, con ordine crescente rispetto alla frequenza e alla quantità, ed in ordine inverso circa la pericolosità sociale che ciascuna forma di aggressione comporta. Si potrebbe affermare pertanto che la possessione diabolica, ovvero l’espressione più appariscente della forma diretta, eserciterebbe minore incidenza pratica nella società delle manifestazioni della forma sociometrica.
Forma diretta. In questo caso il demonio sembra agire sull’essenza spirituale dell’uomo, spesso sfruttandone le credenze soprannaturali. Espressioni tipiche di questa forma sono l’ infestazione e la possessione, che appaiono come conseguenze dirette dell’attività diabolica mediata. Tra infestazione e possessione esisterebbe una differenza sostanziale. Nell’infestazione è la stessa vittima ad agire e compiere azioni straordinarie sotto l’influenza di forze malefiche, mentre nella possessione è il demonio stesso attraverso il corpo della vittima. In questi casi, peraltro molto rari, si sviluppano fenomeni anche di natura paranormale che, in condizioni psicosomatiche normali, la vittima non può compiere in alcun modo. In entrambi i casi la fenomenologia paranormale riveste un valore essenziale. Lo stesso “Rituale Romano”, il testo ecclesiastico più in uso per pratiche esorcistiche, definisce con precisione i contorni dell’azione demoniaca diretta. Cito direttamente dal testo latino: “… signa autem obsidentis daemonius sunt: ignota lingua loqui pluribus verbis vel loquentem intelligere. Distantia et occulta patefacere. Vires supra aetatis seu conditionis naturam ostendere, et id genus alia, quae plurima concurrunt, majora sunt inditia…”. Nel testo sono evidenti certe espressioni della fenomenologia paranormale, quali la xenoglossia (capacità di esprimersi e comprendere idiomi sconosciuti in condizioni normali), la veggenza in ogni sua forma e i fenomeni psicocinetici. In sostanza, la vittima dell’azione diretta del diavolo manifesta l’ampia gamma di fenomeni paranormali, ovvero di elementi che implicano lo svincolamento della forza mentale dai legami dei sensi ordinari.
Forma mediata. Il modo mediato di azione diabolica si esplica attraverso l’intelligenza dell’uomo. Il termine “mediato” sottintende un intervento esterno agente attraverso la sfera intellettiva conscia oppure inconsapevole della persona, intervento spesso realizzato attraverso un supporto catalizzatore di energia mentale. All’interno della forma mediata entrerebbero in causa forze psichiche extrasensoriali, o comunque attinenti all’occultismo e alla magia. E’ accertato in via empirica che certi sensitivi possono scatenare, mediante l’impiego di tecniche mentali specifiche, forze negative di natura diabolica riversandole quindi su una vittima designata. Glie effetti ditale mediazione sono facilmente riscontrabili nella realtà quotidiana, e codificati nei grimori, nei trattati di magia “pratica” e, purtroppo, anche in certi testi di parapsicologia. Nelle mediazioni provocate inconsciamente, invece, rivestono un ruolo essenziale la predisposizione naturale alla negatività della persona agente, oppure l’ossessivo convincimento di essere, o di diventare, vittime di azioni diaboliche o comunque malefiche. Molto spesso i sintomi dell’azione mediata si confondono con le espressioni tipiche delle patologie mentali, per cui in certi casi è difficile anche per un demonologo esperto attribuire la cause delle mediazioni demoniache oppure alle malattie.
Forma sociometrica. E’ la forma meno appariscente, ma la più subdola e dannosa. Non presenta anormalità di comportamento in ottica extrasensoriale, ma nessuna persona sembra esserne immune. In questo tipo di azione demoniaca si concentrano le tentazioni, le negatività e gli odi che, in misura più o meno abbondante o evidente, sono rilevabili in ognuno di noi in quanto esseri umani. I difetti presumono l’azione diabolica solamente quando esita la volontà della persona ad impiegarli a danno altrui. Nella manifestazione sociometrica pertanto, il demonio agisce mediante la volontarietà del male, sfruttando le debolezze umane e l’ignoranza della natura intima delle cose materiali e dello spirito. Nel contesto sociometrico si inseriscono tutte le correnti culturali, filosofie o modi di vita, che hanno suscitato la massificazione edonistica delle coscienze, incanalandole verso una visione materialistica della realtà, degradata e degradante, priva cioè di contenuti ideali e di tensioni verso la dimensione spirituale dell’esistenza.
ATTUALITA’
IL MARTIRIO
DELLA MEMORIA DEI TEMPLARI
(testo estrapolato dalla prefazione del libro di Mario Arturo Iannaccone “Templari, il martirio della memoria”).
L’Ordine del Tempio, gli storici lo sanno bene, non esiste più, eppure improvvise e ricorrenti mode culturali tornano periodicamente a sussurrare la vecchia cantilena della sua sopravvivenza, della sua perdurante potenza e sfida a dimostrare il contrario. L’Ordine Templare non è più risorto, almeno non nelle condizioni e con le caratteristiche che aveva in origine. Da circa due secoli, vampate di moda templare seguono gli altrettanto ricorrenti revival egizi. Negli anni 1810, 1880, 1920, 1950, 1990 la moda egizia è sempre stata seguita da una moda templare. Tutte hanno dato origine a fioriture improvvise di libri, di opere teatrali e poi di film.
Il templarismo è un fenomeno culturale importante ma anche un fenomeno sociale, per il quale piccoli gruppi di persone inscenano rifondazioni del Tempio. Per fare ciò ricorrono ad una serie di espedienti, giustificazioni o razionalizzazioni: la filiazione occulta, la filiazione iniziatica o ancora la filiazione spirituale. La prima si basa sul presupposto che i Templari siano sopravvissuti segretamente come organizzazione, la seconda che può convivere con la precedente immagina l’esistenza di una sorta di successione apostolica di maestri e di discepoli che avrebbero serbato le giuste condizioni dell’iniziazione. Questa pretesa si fonda sul corollario che i Templari abbiano praticato una religiosità occulta. La filiazione spirituale si fonda, più semplicemente, sulla convinzione che ripristinando alcuni dei principi ispiratori del tempio ci si possa riallacciare alla tradizione dei Templari anche in assenza di altri collegamenti.
Arriviamo così al “templarismo”, una tendenza culturale eclettica che cerca di collegare in un’unica parola un fiammeggiante immaginario acceso dalle vicende dell’Ordine del Tempio e dai suoi, veri o supposti, punti oscuri.
Il “neotemplarismo” a sua volta è invece il tentativo, talvolta nobile, spesso bizzarro e altre volte grottesco, di resuscitare realmente l’Ordine.
Sia il templarismo che il neotemplarismo sono termini generici che abbracciano fenomeni, credenze, organizzazioni e motivazioni diversissime tra loro, il cui unico collante è l’uso dell’utopia del Tempio. In proposito, attualmente importanti organizzazioni neotemplari discutono e contestano la validità dei termini. Stelio Venceslai, leader di un’organizzazione neotemplare italiana, propone di sostituire templarismo con “templarità”. Se è vero che la parola templarismo è una semplificazione, essa conserva un’indubbia utilità: è templarismo tutto ciò che si riferisce alle ipotesi storiche alternative riguardo ai Templari e a quella sorta di ideale cavalleresco aggiornato ai tempi moderni che da esse deriva. A bene vedere non possiede teorie storiche propriamente dette, ma soltanto ipotesi che confinano, e sovente sfociano, nei liberi spazi della immaginazione (nota del curatore del sito: è proprio questa la linea adottata riguardo la storia, la cultura e la divulgazione, alla quale “Informazioni Templari” hanno cercato e continuano ad attenersi). I moderni neotemplari non imbracciano armi, non vivono in caserme o conventi e non professano voti religiosi. I più fanno beneficenza, esprimono o realizzano buoni propositi, promuovono attività culturali. Altri si dedicano ad attività occultistiche o magiche. Va da se che i gruppi neotemplari moderni si contano a centinaia e che le rinascite del tempio hanno radunato legioni di continuatori.
Un altro aspetto interessante del fenomeno è la rilettura critica o alternativa della storia. Molti progetti neotemplari sono accomunati da un atteggiamento critico nei confronti della storia “ufficiale” o “accademica” cui viene contrapposta una storia non convenzionale. Gli argomenti ricorrenti della letteratura templarista tendono a sostenere che i Templari non furono distrutti ma sopravvissero segretamente, che appartenessero ad una tradizione occulta a loro precedente, che il ciclo letterario del Graal sia sicuramente legato ai Templari e che tale legame abbia invariabilmente un significato oppositivo ed eretico. Molti scrittori dell’esoterismo popolare accettano e diffondono questi elementi senza lasciarne indietro alcuno facendo così rientrare il templarismo nelle teorie della cospirazione. Come il mito secondario di Rennes le Chateau, il mito templare attira scrittori che impiegano un argomentare disinvolto, dimostrazioni auto referenziali e un’interpretazione insidiosamente sospettosa.
Le organizzazioni neotemplari propriamente dette sono centinaia nel mondo, per lo più di contenutissima consistenza numerica, e sottoposte ad una continua evoluzione tanto che non è possibile censirle tutte. Il computo è tanto più difficile oggi, dopo che il mito templarista è esploso nel mare magnum della “new age”, dove ibridazioni, sincretismi e commistioni sono la regola. Peraltro, la presunta continuità segreta si lega alla pretesa che i Templari fossero in possesso di un insegnamento spirituale occulto, in genere definito “iniziatico”, oppure alla eventualità che detenessero uno o più “oggetti di potere”. Come l’Arca dell’Alleanza, il Graal o la Lancia di Longino.
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INVITO ALLA RICERCA - Per i lettori interessati ad eseguire ricerche in ambito templare, si fornisce un elenco di edifici storici (minima parte), presenti nell’Italia centrale, che sono in odore “di templarità” o che potrebbero consentire, con le loro antichità ed architetture, lo sviluppo di ulteriori approfondimenti storici. I lettori che reperissero informazioni in merito, sono invitati a darne notizia per e.mail ad “Informazioni Templari” che provvederà in tempi debiti a darne informazione pubblica pur mantenendo, se desiderata, l’ impersonalità del corrispondente. E’ gradito anche l’invio di immagini o di fotocopie di documenti, nonché ogni notizia su altri monumenti o luoghi che il corrispondente presume abbiano avuto attinenza con l’Ordine del Tempio.
ELENCO
- Marche: Chiesa di San Giovanni ad Templum, Ascoli Piceno.
Chiesa e Monastero di Santa Croce, Ascoli Piceno.
Chiesa di San Marco, Offida (AP).
Chiesa di San Sebastiano, Camerino (MC).
Chiesa e Monastero di Santa Croce del Sentino, Sassoferrato (AN).
Chiesa di San Paterniano di Rivoretroso, Sassoferrato (AN).
Monastero di Santo Anastasio, Scapezzano di Senigallia (AN).
Chiesa di Santa Maria del Bodio, Scapezzano di Senigallia (AN).
Chiesa di San Giovanni, Pesaro.
Chiesa di Santo Ansovino, Avacelli di Arcevia (AN).
- Lazio: Chiesa di Santa Maria dell’Aventino (ora Smom), Roma
Torre di Cecchignola, Roma
Torre dei Templari, San Felice Circeo (LT).
Chiesa di Santa Maria del Tempio, Bolsena (VT).
Chiesa e Ospedale di San Giovanni, Tarquinia (VT).
- Umbria: Monastero di San Giacomo, Città di Castello (PG).
“Castrum Proculi”, Spoleto (PG).
Chiesa di Santa Maria, Todi (PG).
Chiesa di San Rocco, Preci (PG).
Chiesa e monastero di Santa Croce de Culiano, Sigillo (PG).
- Toscana: Chiesa di San Jacopo delle Vigne in Campo Corbolini, Firenze.
Chiesa di Santa Maria al Tempio, Firenze.
Chiesa e Monastero di Santa Croce, Firenze.
Chiesa di San Jacopo, San Gimignano (SI).
Chiesa di San Matteo, San Gimignano (SI).
Spedale di San Giovanni, San Gimignano (SI).
Chiesa di Santa Sofia, Pisa.
Chiese di San Pietro, di Cerbara e di Castillione, Lucca.
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IL CURATORE DEL PRESENTE SITO E’ GABRIELE PETROMILLI. Nato a Mondolfo (PU) il 17 aprile 1948, vive e lavora in Ancona. Studia la storia templare ed esoterismo da quasi quaranta anni. Dopo gli studi classici e universitari, ha conseguito anche il diploma in parapsicologia propedeutica all’Università Statale di Utrecht (Olanda). Ha svolto attività giornalistica come freelance collaborando con quotidiani e con agenzie di stampa prima, quindi svolgendo funzioni di caporedattore in due differenti settimanali pesaresi di attualità. Conduce studi e ricerche anche in campo demonologico in ottica storica, simbolistica ed operativa. E’ autore di alcuni saggi storici e di centinaia di articoli sull’Ordine Templare. Tra i libri pubblicati: “I Templari della Marca Centrale. Storia, mito, iniziazione” (1983), “I Templari e la Santa Casa di Loreto” (1987), “La Milizia del Tempio” (1991), “Marche templari” (1996). Di argomento antropologico sono invece i saggi: “Il diavolo” (1992), “Marche. Magia e misteri” (1993), “Casus 167. Superstizioni nelle Marche” (1993). Ha composto altri saggi diffusi in e.book: “Il Priorato di Sion”, “Il bacio di Iside” e “Fra Moriale. L’Anticristo della Marca”. E’ stato socio fondatore della LARTI (Libera Associazione Ricercatori Templari Italiani) ed attualmente è direttore dell’associazione nazionale “Mystery Investigation & Research” (MIR) con sede ad Ancona, curatore di “Informazioni Templari”, collaboratore di alcune riviste specializzate di misteriologia. E’ consulente di istituzioni di studio private e di enti pubblici in tema di storia medievale. E’ considerato uno dei massimi esperti nazionali di demonologia laica e di fenomeni paranormali psicocinetici. Svolge attività di consulenza, di divulgazione e di ricerca sulle materie di sua competenza in ottica professionistica.

