sabato 20 dicembre 2008

CENNI STORICI SULL'ORDINE DEL TEMPIO

L'Ordine del Tempio di Gerusalemme venne istituito nel 1118 in Gerusalemme da nove cavalieri crociati per proteggere i pellegrini europei in viaggio verso il Santo Sepolcro, per difendere la Terrasanta e, in genere, le reliquie della cristianità. Questi cavalieri, comandati da Hugues des Payens, primo gran maestro dell'Ordine, si definirono inizialmente "poveri cavalieri di Cristo" ma, avendo successivamente posto quartiere presso il tempio di Salomone, vennero ribattezzati Cavalieri del Tempio (Militia Templi). Nel 1128, nel corso del Concilio di Troyes, l'ordine fu confermato da papa Onorio III, mentre Bernardo de Clairveaux fornì loro una regola monastica severa contenuta nella celeberrima "Lauda a la Nova Militia" di impronta dottrinale agostiniana-cistercense. I Templari divennero monaci e guerrieri insime: tale concetto venne simboleggiato nel loro stendardo ufficiale, il così detto "beaussant", metà bianco (cielo) e metà nero (terra) al centro del quale spiccava una rossa croce pattèe. L'Ordine ricevette un altro importante riconoscimento dal papato nel 1163: divenne "sovrano" e sottoposto unicamente alla autorità pontificia. I Templari si distinsero nel corso delle Crociate sia militarmente che in politica e in diplomazia. Poi, dopo la caduta di Gerusalemme in mani islamiche nel 1187, l'Ordine si ritirò in San Giovanni d'Acri (l'attuale Akkon) e, nel 1291 nell'isola di Cipro a causa della definitiva scomparsa dei regni cristiani in Terrasanta. Dopo un breve periodo di tempo, il Tempio pose la sua sede generale in Parigi. In Europa, invece, mentre i Templari di Terrasanta combattevano, l'Ordine si espanse capillarmente nel territorio continentale con case e con capitanerie, e partecipò da protagonista alla vita sociale, economica, politica e culturale, religiosa e iniziatica, dell'intero Continente. Dopo un'epopea durata circa duecento anni, dopo avere ispirato letterati e poeti, artisti ed esoteristi (cfr. i temi della "saga del Graal"), per cupidigia del sovrano francese Filippo IV il Bello, per il rigetto politico del papato avignonese, e non ultimo per le mutate condizioni socio-economiche in Europa, nel 1307 l'Ordine venne accusato di alto tradimento verso la Francia, di eresia religiosa e di apostasia, di praticare la magia e la sodomia. Molti cavalieri furono catturati e torturati, certe loro ammissioni di reato vennero estorte. Papa Clemente V, con un "procedimento personale", senza una sentenza definitiva e in "via provvisoria", sospese dalla Chiesa l'Ordine con la bolla "Vox Clamantis in Excelso" di Vienne, nel 1312. Nel maggio dello stesso anno, con un'altra bolla pontificale ("Ad Providam Cristi Vicari") il papa disperdeva i beni mobili e immobili dell'Ordine e proclamava di fatto la dannazione del ricordo dei Templari. Il 18 marzo del 1314, per avere ritrattato le ammissioni di colpevolezza estorte sotto tortura fisica, il ventitreesimo gran maestro dell'Ordine Jacques de Molay veniva arso vivo a Parigi con altri dignitari di fronte alla cattedrale di Notre Dame. Lo stesso gran maestro tuttavia, in previsione della tragedia, investì negli anni precedenti dei massimi poteri dell'Ordine il capitano Marc de Larmènius il quale, rifugiatosi in Scozia, emise da questo Paese il celeberrimo "decreto di trasmissione" dei poteri magisteriali già conferitigli da De Molay il 13 febbraio 1324. Con questo atto de Larmènius, ventiquattresimo gran maestro del Tempio, perpretrò nei secoli successivi l'Ordine e la sua legalità, la sua figura giuridica reale nel contesto degli Stati dell'Europa anche se, giocoforza, al di fuori della Chiesa di Roma. I Templari sbandati seguirono vari destini in Europa: in Germania molti si unirono all il quale, rifugiatosi in Scozia, emise da questo Paese il celeberrimo "decreto di trasmissione" dei poteri magisteriali già conferitigli da De Molay il 13 febbraio 1324. Con questo atto de Larmènius, ventiquattresimo gran maestro del Tempio, perpretrò nei secoli successivi. 





NOTE SUL SIGNIFICATO SIMBOLICO DI "TEMPIO"

In ogni tradizione sapienziale il "tempio" è considerato riflesso del mondo divino. Anche le sue varie architetture ne fungono da testimonianza, come rappresentazioni visive che gli uomini si sono fatti del divino. Gli elementi architettonici e decorativi, sotto tale aspetto, sono copie terrestri degli archetipi celesti e, al tempo stesso, immagini del Cosmo. L'Universo stesso venne concepito come un tempio, e i mistici vollero che l'anima umana fosse considerata il tempio dello Spirito Santo. Peraltro il tempio è l'abitazione di Dio sulla terra, il luogo terreno della sua presenza effettiva e reale. E' altresì compendio del macro-cosmo, e come tale assume la valenza di micro-cosmo. In questa ottica, il cammino dell'uomo verso il tempio fu da sempre considerato come realizzazione spirituale individuale, come partecipazione alla redenzione in senso cristiano e, generalmente, come elevazione interiore dalle cose della materia. Il vocabolo latino "templum" era legato all'osservazione del cielo. Infatti il termine stava ad indicare, alle origini, il settore aereo che l'augure latino delimitava con linee ideali e dentro al quale osservava il moto degli astri, gli eventi atmosferici e il passaggio degli uccelli: tutti elementi dai quali l'indovino traeva i suoi presagi. Il termine successivamente venne usato per designare il luogo in cui si praticavano tali osservazioni. Luogo che successivamente venne divinizzato. Nella Grecia antica, l'equivalente vocabolo di "tèmenos", stava a designare il luogo terreno riservato agli dèi, un recito dentro il quale veniva costruito il santuario della divinità. Luogo sacro, intoccabile, cui potevano accedere solamente i sacerdoti del culto. In Europa, nel corso del Medioevo, il concetto sacrale del tempio venne particolarmente esaltato dalle corporazioni di architetti, di costruttori e di artisti. Prima tra queste, "Les Enfants de Salomon" (I Figli di Salomone), una corporazione di architetti e di scalpellini molto attiva dalla dalla fine del XIII secolo fino alla seconda metà del XIV. "Les Enfants de Salomon", per certi versi misteriosissimi e con dottrina di matrice alchemica, furono ragionevolmente una sorta di congregazione terziaria dell'Ordine Templare: operarono con i denari dell'Ordine, lavorono quasi esclusivamente per i Templari e se ne persero le tracce immeditamente dopo la dispersione dell'Ordine. Un "figlio di Salomone" fu certamente fra' Mastro Filippo - artista forse di origini croate - autore del davvero stupendo portale della chiesa di Santa Maria della Piazza di Ancona, portale pregno di significati allegorico-esoterici con espilciti richiami all'Ordine Templare. La pietra di angolo, di base, sulla quale poggiavano i tempi medievali, esprimeva un valore cosmico-esoterico di rappresentazione del centro del mondo: il punto in cui il mondo terreno è direttamente collegato al celeste. Più tardi la Massoneria - la quale si originò peraltro dai "figli di Salomone" scozzesi - provò ad elaborare una dottrina sul tempio più sofisticata. Esso sarebbe l'immagine simbolica dell'uomo e del mondo insieme. Per accedere alla conoscenza intima del tempio sarebbe occorsa la realizzazione interiore di ogni uomo: la "vita nello spirito", stadio che avrebbe infine portato alla ricostruzione e alla difesa del tempio sia individualmente (in ottica allegorica) che collettivamente (in ottica sociale).





PRIORATO DI SION

 Cenni storici a cura di : E.C.R.O. - Equitum Christi Regis Ordo.
 "Ormus  Arcadia  Ecro" 

Per informazioni e contatti con la fondazione internazionale E.C.R.O. sede centrale di Roma  §  e.mail: mysteryinvestigation@gmail.com 

Prima della conquista della Santa Città
Guglielmo di Tiro scrisse nella sua "Histoire des Croisades" che l'Ordine del Tempio fosse stato istituito da nove cavalieri nobili crociati e dal loro seguito sul finire dell'anno 1118. Essi avrebbero assunto inizialmente la denominazione di "Poveri Cavalieri di Cristo", ed avrebbero posto quartiere in un'ala del chiostro del Tempio di Salomone in Gerusalemme. La cronologia e le indicazioni di Guglielmo di Tiro è attualmente seguita dalla maggioranza degli storici. Analizzando tuttavia certe documentazioni, la data della fondazione non soltanto non sarebbe corretta ma darebbe anche spazio a supposizioni di altra natura. Sembra invece che un primo nucleo di uomini, successivamente riconosciuti come “padri” dell'Ordine, fosse esistito in Francia già nel 1090 prima della conquista della città santa da parte delle armate cristiane di Goffredo di Buglione. In un documento del 1091 della sede arcivescovile di Troyes appare la dicitura "milice du Christ", un termine che fu spesso usato per identificare l'Ordine. La denominazione "Militia Christi Templi Hierosolimytani", inoltre, è presente in un documento pontificio del 1103. Questi documenti dimostrerebbero anche che la sede originaria dell'Ordine non fosse stata la Palestina, ma l'Europa e specificatamente Troyes. E’ comunque certo che l'Ordine fosse esistito nel 1114. La prova sarebbe costituita da una lettera di lode che il vescovo di Chartres inviò proprio in quell'anno al conte Hugues de Champagne, il quale si apprestava a partire per Gerusalemme per entrare a fare parte dell'Ordine. In base ai documenti ecclesiali e alla lettera, appare evidente che l'Ordine Templare fosse già conosciuto negli anni tra il 1090 e il 1114, sia in Francia che in Terrasanta. Si potrebbe supporre che l’anno 1118, indicato come data di fondazione del Tempio, avesse coinciso con la ratifica ufficiale di un'istituzione già conosciuta da parte di re Baldovino 1°. I motivi della fondazione del Tempio già prima della conquista di Gerusalemme rimangono ancora indefinite alla luce delle considerazioni storiche ortodosse. La spiegazione del mistero risulterebbe plausibile soltanto se si correli l’istituzione dell’Ordine alle intenzioni dei discendenti della stirpe merovingia, in particolare del duca di Lorena Goffredo di Buglione, deciso a riprendere il trono di Gerusalemme usurpato a Gesù Cristo oltre mille anni prima. Proprio per tale finalità la prima crociata e la conquista di Gerusalemme sarebbero state preparate con metodo per anni. La certezza dell'insediamento merovingio sul trono del regno gerosolimitano fu affidata ad una istituzione segreta, il "Priorato di Sion" (il “Prieurè de Sion”) che costituì una organizzazione miltare palese, l'Ordine Templare appunto, con l'intento non tanto della difesa armata delle attività merovingie, quanto per la conservazione dei segreti delle origini dinastiche, ovvero del "sang réal", del Graal.

   
L’abbazia di Orval e l’opera di Pierre

L'Ordine del Tempio rimase collegato al Priorato fino al 1187. La cerimonia di separazione si sarebbe svolta nei pressi del castello di Gisors con l'abbattimento rituale di un olmo alla presenza dei sovrani Filippo II di Francia e Enrico II d'Inghilterra. Da questa data l'atteggiamento dell'Ordine mutò radicalmente nei confronti dei monarchi europei. Il Priorato fu istituito dallo stesso Goffredo di Buglione in un anno imprecisato tra il 1085 e il 1090. Altri elementi storici sostengono l'istituzione del Priorato negli anni prima della crociata. Primo tra questi tra questi Pietro l’Eremita (fra’ Pierre le Coucoupétre), legato alla famiglia Buglione da antichi vincoli di sangue e originario della Calabria, il principale predicatore in Europa della crociata. Insieme ad altri confratelli, che la tradizione vuole fossero arrivati in Francia da un monastero benedettino, Pietro ottenne nel 1079 dalla zia di Goffredo, la duchessa Matilde di Lorena, un terreno nei pressi di Stenay, precisamente a Orval, dove costruì un monastero in poco meno di un anno. Il centro religioso si espanse negli anni immediatamente successivi nel numero di frati, divenendo un importante centro di irradiazione spirituale e luogo privilegiato di nobili e dello stesso Goffredo di Buglione. In Orval fu istituito il Priorato. L'istituzione si sarebbe avvalsa del forte potere carismatico di Pietro il quale, come ammettono gli storici, avrebbe svolto un'opera di predicazione significativa sulla necessità della conquista di Gerusalemme e del Santo Sepolcro. Del resto, fu proprio la predicazione ardente di Pietro Eremita a convincere papa Urbano 2° a indire la prima crociata. E' anche emblematico il fatto che i monaci calabresi avessero abbandonato Orval subito dopo l'avvenuta conquista di Gerusalemme. Pietro e i misteriosi monaci di Orval si sarebbero trasferiti nella Santa Città, particolarmente nell’edificio della vetusta abbazia bizantina di Nostra Signora del Monte Sion. Negli anni che corsero tra il 1100 e il 1291, anno del definitivo abbandono della Terra Santa da parte dei cristiani, ogni fatto o documento che appare connesso all'esistenza del Priorato, concerne le attività di questi monaci e dei loro successori. Per quanto riguarda l'abbazia di Orval, dopo alcuni anni venne affidata all'ordine cistercense. Nel 1135 era già compresa nei beni dei monaci di  Bernardo da Chiaravalle. Un altro dato significativo che concerne il legame tra il Priorato e l'Ordine Templare delle origini, riguarda i rapporti non ancora perfettamente chiari che si instaurarono tra il conte Hugues de Champagne, Hugues des Payens  - il fondatore dell'Ordine - Bernardo da Chiaravalle e suo zio Andrèe de Montbart. Quest'ultimo personaggio, che divenne in età avanzata gran maestro templare, sarebbe appartenuto al nucleo di uomini che avrebbero istituito il Priorato. Alcuni documenti ritrovati nelle Biblioteca Nazionale di Parigi sul finire dell'Ottocento, indicano Hugues des Payens anche come istitutore del Priorato. Per quanto riguarda il conte della Champagne e Bernardo, è certo che esplicarono una febbrile attività diplomatica a favore dei Templari già negli anni precedenti l'istituzione ufficiale dell'Ordine. Questa circostanza induce ulteriormente a ritenere che la datazione proposta da Guglielmo di Tiro non fosse corretta. Peraltro fu proprio Bernardo che nel 1128, in occasione della prima assise templare tenutasi a Troyes, scrisse e promulgò il celeberrimo panegirico a favore dell'Ordine, che divenne "regola" dell’Ordine noto come "Lauda a la nova militia".
Riassumendo i dati riportati
risulta che per volontà di Goffredo di Buglione fu istituito intorno all'anno 1090 il "Priorato di Sion" nel monastero di Orval, la cui sede venne portata nell'abbazia di Nostra Signora del Monte Sion a Gerusalemme dopo la conquista della Santa Città. La finalità iniziale del Priorato fu quello di riportare sul trono di Gerusalemme, e di ivi mantenerli, i discendenti del Graal inteso come “discendenza” di Gesù Cristo, cui  era stato espropriato il trono quasi undici secoli prima. Tra gli istitutori del Priorato figurano, oltre che al Buglione, Pietro Eremita e Andrèe de Montbart, Hugues des Payens e Hugues de Champagne. Nel Priorato figurerebbero anche Archambaud de Saint Agnan e Nirvard de Montdidier, Oddone di Saint Omer e Guy de Stenay, fra' Gondemaro da Sali e fra' Rossano da Rossano. Questi due ultimi sarebbero appartenuti al primitivo nucleo di monaci benedettini calabresi. Il Priorato si dotò allo scopo di un nucleo di uomini d'arme, i futuri Templari, per la difesa dei propri interessi dinastici e per la tutela dei segreti del Cristianesimo. Tra gli appartenenti del primitivo Ordine Templare ci furono anche alcuni appartenenti al Priorato. Come conseguenza della conquista della Terrasanta, della creazione di un regno cristiano in Gerusalemme e della tronizzazione di un discendente della "famiglia di Cristo" (Baldovino I di Buglione) entrambe le istituzioni operarono operato unite nella Santa Città fino al 1187, l’anno della scissione del Priorato dall’ Ordine Templare.


I volti del Priorato

Dal 1188 il Priorato, sotto la guida di Jean de Gisors, modificò la sua denominazione adottando il nome di "Ormus", seguito da un simbolo che ricordava quello del segno zodiacale della Vergine. Sembra che il termine fosse stato un acrostico di parole segrete. Una tradizione francese ben diffusa, però, sostiene che Ormus sia stato il nome di un saggio di Alessandria d'Egitto vissuto nei primi anni del Cristianesimo, un seguace delle dottrine gnostiche che, negli anni successivi alla morte, venne identificato nella persona dell'evangelista Marco. Questa tradizione fu fatta propria da alcune logge massoniche tedesche nel 18° secolo, le quali precisarono che il Priorato avrebbe assunto la denominazione di "Ordre de la Rose Croix Veritas" (ORCV) a partire dai primi anni del XIII secolo, anticipando di oltre quattrocento anni la nascita ufficiale del movimento dei Rosacroce. La separazione tra Priorato e Ordine Templare non fu solamente formale. Alcuni   deduzioni di carattere storico sembrerebbero dimostrare che in occasione dell'arresto del gran maestro templare Jacques de Molay del 1308 e del successivo processo ai Templari, il Priorato avesse assunto un atteggiamento consenziente con i nemici dell'Ordine. In proposito sembra che Guglielmo di Gisors, personaggio indicato come capo del Priorato in quegli anni, avesse operato per ottenere la distruzione dei documenti in possesso dei Templari che avrebbero attestato l'origine di entrambe le istituzioni. Si hanno altre notizie relative al Priorato intorno alla metà del XV secolo, segnatamente riguardo le attività del nobile Renato d'Angiò che alcuni documenti conservati nella Biblioteca Nazionale di Parigi segnalano come un capo dell'Ormus. Nato nel 1408, discendente per linea maschile dai Buglione, tra gli altri numerosissimi titoli nobiliari assunse anche quello di "re di Gerusalemme”. Nel 1422 lo si ritrova membro dell'enigmatico "Ordine della Fedeltà", e quattro anni più tardi iniziato dell'"Ordine del Levriero Bianco". Nel 1448 avrebbe fondato un proprio ordine cavalleresco con venature marcatamente esoteriche, il così detto "Ordine della Mezzaluna", al quale avrebbero aderito successivamente personaggi come Francesco Sforza e Leonardo da Vinci, Sandro Botticelli e Férrier Vaudémont, nonchè la di lui sposa Jolande de Bar, figlia dello stesso Renato. Questo Ordine venne soppresso dalla Chiesa agli inizi del 17° secolo. La vita di Renato d'Angiò fu turbolenta e ammantata di misteri. Si disse che fosse stato l'amante di Giovanna d'Arco. Questo particolare con molta probabilità fa parte della leggenda. E’ però certo che l'avesse aiutata nelle imprese militari con propri armati e con il proprio oro, facendo leva sull'ascendente che la pulzella avrebbe avuto presso sua madre Iolanda d'Angiò, considerata la donna più autorevole di Francia in quel periodo. Si disse anche che Renato si considerasse discendente diretto da Gesù Cristo, e che tutte la sue attività si muovessero in forza di tale consapevolezza. In considerazione che Renato fosse stato un personaggio molto significativo per produzione letteraria del tempo, potrebbe essere probabile la diceria che avesse creato e dato organizzazione al tema della così detta "Arcadia". Renato d'Angiò morì nel 1481. La data appare essere fondamentale per l'evoluzione dei metodi del Priorato. Infatti, pur mantenendo intatta la tradizione secolare della segretezza e gli intenti di porre sui troni europei i rappresentanti della stirpe di Cristo, l'attività del Priorato fu da allora improntata più sull'intrigo e sulla cospirazione politica che sui compromessi dinastici e sui matrimoni tra famiglie nobili com'era avvenuto per secoli.


Le congiure

Nel XVI secolo la casata di Lorena e il suo ramo cadetto dei duchi di Guisa, concertarono per rovesciare la dinastia dei Valois dal trono di Francia e per apportare modifiche istituzionali nel seno stesso della Chiesa. Ad esempio, nel 1562 il cardinale Carlo di Lorena nel corso del "Concilio di Trento" propose di decentrare i poteri del Papato conferendo più autonomia alle diocesi locali, e di restaurare la gerarchia ecclesiastica così come era stata ai tempi dei monarchi merovingi. Le due casate si avvalsero nel loro impegno di una fitta rete di spie e di emissari segreti. In questo contesto, sembra che i Lorena si fossero avvalsi dell'opera del celebre veggente Michel Nostradamus, il cui nonno Jean de Saint Rémy era stato un frequentatore assiduo della corte di Renato d'Angiò e suo consigliere particolare. Secondo una tradizione popolare ben conosciuta in Francia, Nostradamus sarebbe stato iniziato a un grande segreto in seno alla corte dei duchi di Lorena. Avrebbe alloggiato nella abbazia di Orval, dove gli sarebbe stato messo a disposizione un libro misterioso e basilare della tradizione sul "sang réal". Un testo su cui si sarebbe basata la sua attività profetica degli anni seguenti. Nella prima metà del 17° secolo la Francia era governata non tanto dal re Luigi 13°, quanto dal primo ministro cardinale Armand Jean di Richelieu. Le aspirazioni dei duchi di Lorena erano incentrate sul fratello minore del re, Gastone di Orléans, sposo della sorella del duca di Lorena. Il frutto del loro matrimonio sarebbe stato un discendente in linea femminile della stirpe di Cristo. I tentativi di deporre Luigi 13° fallirono quando sua moglie Anna d'Austria, dopo ventitre anni di matrimonio, diede alla luce un erede. Considerando la notoria "impotentia coeundi ac generandi" del sovrano in carica, si vociferò che il nascituro fosse stato figlio del cardinale Giulio Mazzarino del quale, secondo le malelingue di corte, la regina sarebbe stata amante. Quando nel 1642 morirono sia Luigi 13° che Richelieu, la reggenza della monarchia francese venne assunta da Mazzarino in nome di Luigi, re ancora in fasce. La situazione provocò la reazione delle fazioni che appoggiavano i Lorena. I partigiani cominciarono a provocare in tutta la Francia insurrezioni popolari, sedizioni e congiure che si protrassero, con fasi alterne di recrudescenza, per circa dieci anni. Questo periodo è passato alla storia con il nome di "Fronda". I "frondisti" posero il loro centro operativo a Stenay, l'antica capitale dei sovrani merovingi, forse non a caso. I promotori della rivolta fallirono gli obiettivi, il cardinale Mazzarino conservò la carica di primo ministro e il suo presunto figlio salì al trono di Francia con il nome di Luigi 14°.


La “santa compagnia”


 Il filologo Alphonse Cerri sul finire dell'Ottocento produsse dei documenti cartacei nei quali erano evidenziati i propositi di sir Robert Boyle, considerato il capo del Priorato fino al 1691, di sciogliere addirittura l'istituzione. Le sue intenzioni sarebbero state sostenute anche da alcuni autorevoli componenti del sèguito dei duchi di Lorena. Ma avvenne un fatto imprevisto che diede nuovo vigore alle mire secolari dei sostenitori del “sang real”. Negli anni tra il 1625 e il 1629, era stata fondata una congregazione religiosa di stretta matrice ortodossa cattolica da un cugino di Gastone d'Orléans e da Vincenzo da Paola, detta “Compagnia del Santo Sacramento”. Certi ricercatori anglosassoni gli attribuiscono il nome di Vincent de Paul, altri ancora quello di Vincenzo de’ Paoli. Da Paola fu il confessore di re Luigi 13° e fu fatto santo quasi un secolo dopo la morte. Nell'arco di una manciata di anni la Compagnia divenne uno strumento formidabile di propaganda del Priorato. Tanto è vero che Alphonse Cerri ritenne che la congregazione non fosse altro che una delle tante denominazioni assunte dal Priorato nel corso dei secoli. Le attività della Compagnia si basarono sulla segretezza, sull'intrigo e sulla impostazione della fede cattolica in senso autoritario. La Compagnia destò subito una vigorosa ostilità negli ambienti religiosi moderati. Fu osteggiata particolarmente dai Gesuiti che, nelle dottrine della Compagnia del santo Sacramento, ravvisavano pericolose tendenze eretiche. Nel 1651 Philippe de Carnot, vescovo di Tolosa, accusò la Compagnia di eseguire pratiche empie e gravi irregolarità nelle cerimonie di affiliazione dei nuovi membri. Poi fu soppressa con un decreto reale nel 1660, tuttavia continuò l'attività fino al 1665 ignorando completamente le disposizioni a carico organizzandosi sugli schemi di un'autentica società segreta. Se ne persero le tracce sul finire del 19° secolo. Entrò a fare parte della congregazione anche Jean Jacques Olier, il fondatore del celeberrimo seminario parigino di Saint Sulpice. Probabilmente tale episodio provocò lo spostamento del centro operativo del Priorato da Stenay a Parigi. Un personaggio particolarmente legato alla Compagnia del Santo Sacramento fu Nicolas Fouquet, che ricoprì per alcuni anni la carica di sovrintendente alle finanze della corona, da molti storici riconosciuto come la persona più influente della diplomazia francese di quel periodo. Egli seppe organizzare una fitta rete sommersa di aristocratici, di magistrati e di poliziotti che sfidò apertamente, in più di una occasione, le leggi vigenti in materia di ordine pubblico. Persona molto capace e attiva, Fouquet sarebbe stato in possesso di documenti del 6° e del 7° secolo attestanti le origini della dinastia merovingia, documenti che avrebbe usato come arma nei confronti di esponenti di spicco della corte di Francia. La Compagnia fu appoggiata non solo da Fouquet, ma anche dai suoi fratelli Louis e Charles e dalla madre, tutti ricoprenti ruoli privilegiati nella società ed eminenti membri della congregazione. Furono i massimi protettori del grande pittore Nicolas Pussin, il quale si sarebbe cimentato in soggetti pittorici allegorici rimasti famosi. Ad esempio, il dipinto a cui fu posto il nome di "Les bergers d'Arcadie", un  quadro che divenne celebre per il suo coinvolgimento, sotto il profilo simbolistico, nel noto "affaire Saunier" esploso a Rennes le Chateau sul finire dell'Ottocento. Nicolas Fouquet fu fatto arrestare per spionaggio da re Luigi 14° nel 1661. La mobilitazione della Compagnia a favore del sovrintendente, nel corso dei quattro anni del processo, fu appassionata e totale. Grazie alla complicità di due giudici e alla corruzione, nonostante che il sovrano pretendesse la condanna capitale, Fouquet venne condannato all'ergastolo nel 1665. In carcere fu tenuto in rigoroso isolamento. Morì due anni più tardi. L'anno della condanna di Nicolas Fouquet coincise con la determinazione della Compagnia di agire nella più completa segretezza. 


Elites culturali

Alcuni documenti attesterebbero che la prima loggia massonica francese fosse stata istituita nel 1723 da un inglese, Charles Radclyffe, a Parigi. Il personaggio è ancora oggi immerso in un fitto mistero, forse per la sua abitudine di agire attraverso degli intermediari e di scrivere adottando sempre nuovi pseudonimi. Uno dei più celebri portavoce di Radclyffe fu lo scozzese Andrew Ramsay, a ragione considerato dagli storici il principale divulgatore in Europa della Massoneria. Fu protetto ed aiutato finanziariamente dai duchi di Buglione, e da questi esortato ad eseguire numerosi viaggi di collegamento tra le logge massoniche francesi e britanniche. Andrew Ramsay è rimasto tuttavia famoso per la sua "Orazione" tenuta a Parigi nel 1737 e data alle stampe un anno dopo, che costituisce un dettagliato excursus storico sulle origini della Massoneria in Inghilterra e che rimane un'opera fondamentale in argomento. Radclyffe e Ramsay sostennero di essere comandati e sostenuti nell'attività divulgativa da una organizzazione occulta con sede a Parigi, organizzazione che sarebbe stata depositaria di segreti sconvolgenti legati alla figura di Gesù Cristo e alla Chiesa cattolica. Il riferimento al Priorato di Sion, o che dir si voglia alla Compagnia del Santo Sacramento, fu scontato. Il Priorato sembra avesse fatto notare la sua presenza anche negli ambienti culturali dell'epoca. E' questo il periodo della grande rivoluzione in Francia, dei mutamenti degli assetti politici, della turbolenza delle alleanze e delle diplomazie non solo in campo locale ma anche internazionale. In tali circostanze il Priorato cambiò i propri strumenti di attività rivolgendo l'attenzione alle élites culturali del tempo. D’altra parte la variazione degli atteggiamenti, delle armi e della varie denominazioni usate dal Priorato fu una costante nella sua storia. Il massimo esponente della variazione di rotta fu il novelliere francese Charles Nodier, tra l'altro indicato dalla tradizione come capo del Priorato fino al 1844. Scrittore estroso e prodigo di vanterie, attirato delle belle donne e giocatore d’azzardo praticante e fervente, Nodier era reputato letterato di fama grazie all'ascendente conquistato con la campagna denigratoria condotta per anni contro Napoleone Bonaparte. Nodier citò spesso il Priorato con il nome di "Philadélphes". Nel suo saggio "Storia delle società segrete nell'esercito sotto Napoleone" ne tracciò i contorni storici velandoli con allusioni. Il testo provocò nell'opinione pubblica francese una vera psicosi circa l'esistenza di organizzazione segrete. Fu un atteggiamento sociale dai contorni spesso addirittura patologici, anche animato dalla pubblicazione di opere di famosi occultisti del tempo, tra i quali Eliphas Lévi e Paul Christian considerati come i precursori del movimento spiritista in Europa. Nella Francia di fine secolo, peraltro, pullularono i circoli spiritualistici ed esoterici. Tra questi furono famosi quelli di Claude Debussy e di Stéphan Mallarmè, di Stanislao de Guaita e del celeberrimo satanista Jules Bois coofondatore, con Marcus MacGregor Mathers, dell'"Ordine della Golden Dawn" in Inghilterra. Fu il periodo in cui Gérard d'Encausse, più noto con lo pseudonimo di Papus, pubblicò a Parigi il suo studio sui Tarocchi e sulla divinazione che rimase fondamentale per i cultori dell'argomento. In questa atmosfera pregna di occultismo magico emerse la figura di un altro letterato, Joséphin Pèdalan, fondatore dell'"Ordine della Rosacroce, del Tempio e del Graal". La sua attività sarebbe stata sostenuta economicamente dal Priorato. Nel 1889 Pédalan fece un viaggio in Egitto e in Palestina. Quando tornò a Parigi dichiarò pubblicamente di avere scoperto a Gerusalemme la tomba di Gesù Cristo nei sotterranei della moschea di Omar. La stampa dell'epoca definì la dichiarazione talmente profonda e sbalorditiva che sarebbe stata destinata a scuotere la cultura cattolica fin dalle fondamenta. Ma ciò non avvenne, in considerazione del fatto che l'annuncio di Pédalan rimase lettera morta non avendo potuto dimostrare che non solo l'eccezionale scoperta, ma anche l'autenticità del reperto, fossero veritiere. Quantunque si dichiarasse cattolico, Pédalan insistette nell'affermare che Gesù fosse stato mortale, un re della Giudea, affatto risorto dalla morte, la cui stirpe si sarebbe perpetuata in Europa. In pratica egli riprese dalle radici la tradizione propria del Priorato di Sion. Tradizione che, è bene sottolinearlo, cominciò ad essere pienamente nota in Europa soltanto al termine del primo conflitto mondiale. C'è da aggiungere che Pédelan fu legato da solidi vincoli di amicizia ai romanzieri Maurice Barrès e Victor Hugo, personaggi spesso indicati come capi del Priorato. Un'altra personalità della cultura che viene messa ripetutamente in relazione con l'attività del Priorato, fu Jean Cocteau. Questi, artista poliedrico e vivacissimo, si legò in gioventù agli ambienti bohémiens della capitale francese. Uscito a fatica da una serie d'affari di oppio e di relazioni omosessuali, Cocteau divenne un profondissimo conoscitore delle tradizioni ermetiche, e in genere delle correnti esoteriche del suo tempo. E' rimasto celebre un suo affresco del 1960, eseguito inspiegabilmente all'interno della chiesa di Notre Dame de France a Londra tre anni prima della morte, denominato "crocifissione magica". Nel dipinto Cocteau stravolse l'iconografia classica della scena. Molti critici hanno sostenuto che l'artista non abbia voluto raffigurare il supplizio di Cristo, bensì proporre un omaggio alle tradizioni rosacrociane come personale testamento iniziatico.


Il Priorato in Italia

Negli anni immediatamente precedenti la seconda guerra d'indipendenza, combattuta dal Regno di Piemonte e gli alleati francesi contro l'Austria nel 1859, si sviluppò un'intensa opera diplomatica di un giovane avvocato piemontese, Costantino Nigra. Fedele esecutore dei piani di Camillo Benso di Cavour, secondo il pensiero di alcuni storiografi sarebbe stata proprio l’attività di Nigra a indurre l'imperatore Napoleone III a farsi alleato dei Piemontesi e combattere una lotta che, dopo alterne vicissitudini e pochi anni dopo, avrebbe portato all'unificazione geopolitica della nazione italiana. Nigra, nel corso degli anni trascorsi in Francia fu molto legato agli ambienti culturali parigini e frequentò assiduamente i salotti letterari che facevano capo a Victor Hugo, già scrittore di fama e  indicato come il capo del Priorato fino al 1885. Inoltre il diplomatico piemontese strinse rapporti con i duchi di Lorena su questioni avulse dalla prassi diplomatica. Anzi, per la loro natura, tali rapporti     avrebbero potuto inficiare l'esito positivo della missione affidata da Cavour. Certe voci  ben diffuse sostennero che Nigra, notoriamente legato anche agli ambienti massonici parigini, avesse presieduto un collegio segreto formato da uomini politici autodefinitisi "Difensori di Nostra Signora di Sion", alla cui base dottrinaria vi sarebbe stato il culto di Maddalena e lo studio di passi biblici apocrifi che l’avrebbero riguardata. Per quanto concerne i periodi storici precedenti, sembra che alcuni celebri italiani fossero stati collegati al Priorato e che ne avessero in qualche modo divulgato l'opera. Sandro Filipepi, detto Botticelli, avrebbe retto il Priorato negli anni compresi tra il 1483 e il 1510, così come Ferdinando Gonzaga dal 1527 al 1575, zio di quel Luigi, membro dell'Ordine dei Gesuiti, che fu poi fatto santo. Questi dati fanno parte della tradizione, non sono sostenuti da prove storiche certe. Alle tematiche culturali proprie del Priorato si ispirò il pittore Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino. Una delle sue opere pittoriche principali, il "Seppellimento e Gloria di Santa Petronilla" e alcune sue composizioni di ispirazione arcadica, attirarono l'attenzione di alcuni storici tedeschi dell'esoterismo nonchè di studiosi francesi d'arte antica i quali, tra l'altro, misero in relazione la sua arte alla storia del Priorato.
  

 Presunti grandi-maestri del Priorato di Sion

Hugues des Payens (1119 - 1136) * Robert de Craon (1136 - 1147) * Evrard de Barres (1147 - 1150) * Hugues de Blanchefort (1150 - 1151) * Bernard de Tramelay (1151 - 1153) * Guillaune des Chanaleilles (1153 -1154) * Frère Evrard (1154) * Andrèe de Montbard (1155 - 1156) * Bretrand de Blanchefort (1156 - 1169) * Philippe de Naplouse (1169 - 1170) * Eudes de Saintamand (1170 - 1180) * Arnaud de La Touruge (1181 - 1184) * Gérard de Ridefort (1184 - 1187) 

(il magistero di questi avrebbe incluso anche quello dell’Ordine Templare),

Jean de Gisor (1187 - 1220) * Nicholas Flamel (1330 - 1410) * Renée d’Aniou (1418 - 1480) * Sandro Filipepi, il Botticelli (1483 -1510) * Leonardo da Vinci (1510 – 1519) * Robert Fludd (1595 -1635) * Johannes Valentin Andrae (1635 - 1657) * Robert Boyle (1654 – 1692) * Isaac Newton (1691 - 1727) * Charles Radclyffe (1727 - 1746) * Charles de Lorraine (1746 – 1780) * Charles Nodier (1801 -

1844) * Victor Hugo (1844 - 1885) * Claude Debussy (1885 - 1916) * Jean Cocteau (1916 - 1957) * Angelo Giuseppe Roncalli, papa Giovani XXXIII (1957 - 1963) * (?)






ARCHEOLOGIA MISTERICA. I SACRI CODICI SEGRETI

Il misterioso alchimista Fulcanelli sosteneva che "I libri di pietra descrivono attraverso le loro forme il procedimento dell'opera alchemica, ovvero il passaggio dell'uomo dallo stato di bruto a quello di uomo-dio". Questi libri di pietra, ovvero le imponenti cattedrali gotiche la cui costruzione venne attuata in tutta l'Europa nel corso esatto dell'epopea dei Templari, vennero definite dallo stesso esoterista "dimore filosofali" giacchè sedi di segreti iniziatici.
Le antiche culture sapienziali non facevano distinzione tra magia, scienza e religione, ma tali discipline erano ritenute valide per conoscere i segreti dell'Universo. Esisteva altresì la convinzione che in tempi remotissimi fosse esistita un unico grande metodo basato sulle sacralità in grado di controllare le leggi della natura. In questo metodo trovava accoglienza la "legge divina dei numeri", che consisteva in una serie di rapporti matematico-geometrici che, secondo certe tradizioni iniziatiche, sarebbero stati dettati direttamente da Dio. Fu così che gli edifici adibiti al culto religioso vennero costruiti rispettando tali rapporti, le proporzioni sacre cioè, costruzioni che avevano la valenza non tanto di essere luoghi di culto per il popolo, quanto di costituire una sorta di antenna capace di captare l'essenza e la potenza divina.
Nella costruzione di questi edifici sacri confluirono anche nozioni geomantiche tipiche delle tradizioni cultuali delle popolazioni celte. Si riteneva infatti che la superficie della terra fosse percorsa da una rete di canali energetici. Sopra e lungo questi canali gli antichi pagani costruirono templi monolitici in modo che agli dèi fosse stato più facile manifestarsi. Tale credenza venne assunta anche dai costruttori delle cattedrali cristiane: non a caso le più imponenti cattedrali medievali sorsero sulle rovine di templi o di specifici luoghi di culto già pagani.
Nella costruzione delle "dimore filosofali" confluirono anche elementi di kabalah ebraica, di magia egizia, di gnosticismo cristiano, di teorie vitruviane e pitagoriche. Unendo gli elementi simbolici propri di queste dottrine iniziatiche, i costruttori idearono un linguaggio composto di ideogrammi che divenne fondamentale per la composizione di una sorta di codice sacro segreto. La segretezza fu una impellenza eminentemente pratica: consentiva la diffusione delle conoscenze settoriali solo tra costruttori iniziati, salvaguardava la pratica iniziatica di materie di valenza esoterica, allontanava i rischi della intromissione dei motivi religioso-culturali profani (essoterici) in una materia avvertita e considerata direttamente emanata da Dio.
Peraltro, lo stile architettonico gotico cela dei segreti anche sotto il profilo puramente storico. Infatti esso è comparso in Europa all'improvviso, non si è evoluto da uno stile precedente - in questo caso il "romanico" - come sempre è successo ed evidenziato dalla storia dell'arte. Tale fatto fa supporre che la tecnica di costruzione gotica sia stata custodita in segreto per lungo tempo e che si fosse voluto attuarla in un periodo storico ben preciso. Abbiamo già accennato che la fioritura dello stile gotico ha coinciso alla perfezione con l'apparizione dell'Ordine Templare: dopo la dispersione dei Templari, peraltro, le costruzioni di cattedrali cessarono all'improvviso così come improvvisamente erano iniziate con la fondazione dell'Ordine. In proposito occorre ricordare che in Europa fu operante una corporazione di architetti e di costruttori gotici denominata "Les Enfants de Salomon" ("I Figli di Salomone") diretta emanazione dell'Ordine del Tempio e sua organizzazione terziaria.
Il riferimento al mitico re israelita Salomone con fu casuale. La leggenda vuole che questo sovrano si fosse rivolto ad un architetto di nome Hiram, un iniziato alla numerologia di livello altissimo, per l'edificazione del proprio tempio. I progetti architettonici del sacro edificio sarebbero stati consegnati successivamente ad un certo mastro Giacomo il quale, a sua volta, li avrebbe tramandati agli iniziati medievali.
Anche sulla base di tale racconto, il Tempio di Gerusalemme divenne l'emblema più sacro delle comunità iniziatiche europee durante il primo Medioevo.
A risentire del nuovo afflato stilistico non furono solamente gli edifici religiosi, ma anche quelli civili. Un esempio tipico è la Fortezza di Castel del Monte, che si erge ad Andria, in Puglia, fatta erigere dall'imperatore Federico II di Hohenstaufen su progetto proprio e di mastro Philippe Chinard cavaliere templare. Basato su una struttura ottagonale, derivante dal numero aureo otto, sembra essere una costruzione iniziatica ancor prima che una superba residenza.
Le misure-chiave dell'edificio, infatti, furono le stesse di quelle del Tempio di Salomone, e tutte le struttura della rocca sono improntate sulla simbologia esoterica del periodo. Si racconta che l'imperatore Federico abbia voluto costruire la fortezza sulle rovine di un antichissimo luogo di culto pagano, pur dattandole agli schemi delle architetture iniziatiche della sua epoca. I lavori sarebbero iniziati nel giorno del solstizio d'esatate del 1233, protraendosi per sedici mesi. L'intenzione di Federico sarebbe stata quella, si dice, di riunire nella rocca di Castel del Monte, ogni otto anni nel giorno del solstizio d'estate, i granmaestri degli otto ordini della cavalleria medievale.








Stravaganze a Dublino.
SAN MICHELE E LA MUMMIA DEL TEMPLARE

di Gabriele Petromilli

 Nella zona di nord ovest della città di Dublino, capitale della Repubblica d’Irlanda, si erge la monumentale chiesa di Holy Michael, risalente al secolo diciassettesimo nei suoi elementi architettonici essenziali. Sotto la pavimentazione del sacro edificio si apre però un dedalo di vani cupi e tetri che gli storici locali chiamano con il semplice termine di cripta. Questi ambienti, più vetusti della costruzione soprastante, furono edificati in stile gotico sui resti di una vecchia foresta di querce sul finire del secolo quattordicesimo. Le cripte della chiesa sono oggi famose perché conservano ossa umane in numero impressionante, le quali peraltro costituiscono uno dei vanti archeologici della metropoli irlandese. Tra i resti compaiono anche mummie che, a detta degli esperti in materia, risultano essere molto ben conservate. Sarebbe il microclima venutosi a creare nei secoli nel sottosuolo dell’edificio ad avere reso possibile la conservazione ottimale dei corpi: l’esalazione dei legni rimasti sepolti, in concomitanza con i materiali di costruzione della cripta, avrebbe resa minima la formazione di ossigeno e, dunque, la decomposizione dei cadaveri. Tra le mummie in esposizione ne esiterebbe una che hanno soprannominato affettuosamente Jack il Crociato. Sarebbe di un cavaliere templare tornato in patria dopo la caduta di Acri nel 1291, quantunque la realtà non sia affatto esaustiva, come il resto dei racconti ai quali il templare è stato collegato. Secondo la leggenda, inventata da chissà chi e per quali nascoste ragioni, Jack sarebbe stato un alchimista capace di trasformare i metalli vili in oro massiccio. Avrebbe appreso quest’arte da un vecchio sapiente siriano che, in punto di morte, gli avrebbe svelato i segreti reconditi della natura delle cose. Tornato in Irlanda ormai avanti negli anni, il cavaliere templare avrebbe gettato alle ortiche il bianco mantello, e per il resto degli anni si sarebbe dedicato anima e corpo alla fabbricazione della polvere da sparo, della quale avrebbe rifornito un pirata norvegese, rendendo questi ricco ed invincibile sul mare. In una sciagurata notte però, a Jack si sarebbero casualmente incendiati i materiali con i quali stava lavorando. Nel trambusto e negli scoppi che ne sarebbero seguiti, una grossa pietra sarebbe caduta sulla sua mano destra mozzandola di netto. Anche ora la mummia è priva di quella mano, come di entrambi i piedi amputatigli da morto perché, dice la leggenda, il suo corpo era troppo lungo per poter farlo entrare tutto intero nella bara. Ma c’è un’altra peculiarità che rende significativa la leggenda di Jack il Crociato. Infatti è usanza per chi faccia visita alle mummie del sottosuolo di Holy Michael, di appressarsi al corpo di Jack e di stringere amichevolmente la mano che gli è rimasta. Congiuntamente all’atto di ossequio sarebbe bene chiedere come egli si trovi nell’altro mondo. Dice la tradizione che Jack apprezzi moltissimo tali riverenze e che, nelle sue possibilità di spirito errante, faccia di tutto dall’Aldilà per procurare benessere e fortuna a chi gli abbia stretto l’unica mano. La pratica di salutare in questo modo la mummia è talmente diffusa tra i turisti di Dublino che le autorità hanno dovuto vietarla per non recare danni a quanto rimane del corpo. Bensì, chi volesse, dovrebbe limitarsi a leggere un messaggio di auguri al templare alchimista, il cui testo predisposto è conservato a grandi caratteri ai piedi della mummia di Jack.
 


JACOPO, “PRIMULA ROSSA” TEMPLARE (di Gabriele Petromilli) -

 All’inizio dell’estate 1308 papa Clemente V, dalla sua residenza di Avignone, stendeva per iscritto un’ordinanza ai più autorevoli vescovi dei territori italiani. Il motivo delle missive era la richiesta, espressa sotto varie forme ed attraverso diverse motivazioni, di ottenere informazioni sui Templari presenti in ciascuna delle loro diocesi di competenza. L’istanza pontificia alludeva alla scarsamente velata esortazione di approntare alla belle meglio, laddove ci fosse stata occasione favorevole, un processo inquisitorio sull’operato dei Templari, già accusati dal re di Francia Filippo IV il Bello di gravi crimini anche nei confronti di santa madre Chiesa.
La missiva pontificia raggiunse anche il vescovo di Jesi in carica in quel tempo, Leonardo di Alatri. Ligio alla prescrizione papale, il buon Leonardo mise su un elenco di nove nominativi di cavalieri presenti nella sua diocesi. Ad esso aggiunse un elenco di altri sei provenienti dalle diocesi di Osimo e di Ancona, e di un altro ancora di cinque templari di stanza a Fano, a Pesaro e nelle commanderie limitrofe. In tutto venti cavalieri. Conosciamo il nome di alcuni di loro: frate Iobbe di Bentivoglio da Foligno, frate Bonaventura Colli da Rieti, frate Teomondo degli Imposti da Filottrano ed il suo fratello di sangue, Guido. Il processo che seguì fu celebrato nel marzo 1313 nella cattedrale di Ancona. Contrariamente alle aspettative degli storici attuali che ne hanno fatto ampi commenti, i magistrati ecclesiastici assolsero con formula piena tutti gli inquisiti, sebbene fossero stati giudicati con l’aggravio della contumacia. Diversamente andò per altri templari in un differente procedimento penale, tenuto in seconda istanza nella città di Recanati nel 1313, del quale si conosce poco o nulla. In questa occasione un templare pugliese, tale frate Benedicto de’ Cosco da Trani, sarebbe stato condannato ad una pena detentiva di cinque anni. A margine della notizia, c’è la voce che un canonico dell’ordine dei frati Silvestrini osimani sarebbe stato redarguito pubblicamente da un superiore per avere dato per anni ospitalità conventuale ad un cavaliere di Recanati implicato nel processo, tale frate Vanni. Considerando le note di risposta ricevute dai vescovi della Marca, immagino che papa Clemente fosse stato parecchio contrariato. Soprattutto, perché non venne a sapere dove si fosse nascosto un templare speciale, un cavaliere di alta carica, un “gran visitatore” dell’Ordine che dal 1294, forse a causa della sistemazione nel territorio piceno delle pietre della santa casa di Nazareth si era portato nella Marca, presumo per seguirne l’operazione. Evidentemente quello di Recanati era un territorio in cui il solerte vescovo Leonardo possedeva informatori poco efficienti. Il nome di questo templare era Jacopo da Montecucco. 
Che si sappia, i ricercatori storici che vantano la conterraneità con Jacopo appartengono a tre regioni italiane. Il motivo è dato dall’esistenza nelle loro zone di un monte Cucco (in slang: vecchio, finito nelle aspettative, o anche rimbambito). Si tratta della Campania, del Piemonte e delle Marche. In quest’ultima regione i monti cucchi sono addirittura due. Uno di questi delimita il confine tra le Marche e l’Umbria, il monte si trova nei pressi dell’attuale comprensorio comunale di Fabriano. L’altro, che è più collina che montagna, si adagia nei pressi di San Giorgio di Pesaro. Verosimilmente Jacopo sarebbe stato originario della zona di Saluzzo, in Piemonte. Diverse indicazioni ne avvalorerebbero l’ipotesi. Tra queste, la più significativa, sarebbe un documento del 1269. Tuttavia in un cartulario risalente probabilmente al 1277 trovato a Perugia, si fa riferimento ad un templare di nome frate Jacopo da Montecucco che, per anni, sarebbe stato di stanza in una commanderia dell’Italia centrale, precisamente di Foligno. La relativa vicinanza geografica tra la cittadina umbra con il comprensorio comunale di Fabriano, dove si alza il Monte Cucco, farebbe tuttavia prediligere l’origine umbro-marchigiana del nostro anche in assenza di requisiti. Jacopo comparirebbe anche nell’elenco dei nomi dei cavalieri templari ricercati, appunto, nel 1308. La lista fu fatta esporre pubblicamente da certi vescovi umbri sui portoni delle più importanti chiese di Gubbio, di Foligno e di Spoleto. Anche in questa occasione, di Jacopo non fu rilevata alcuna traccia, come se fosse mai esistito o che avesse mai cavalcato nelle verdi colline delle campagne umbre.
Quale segreto avrebbe portato con se questo templare, di certo non più giovane nel 1308, da fare sguinzagliare dietro se gli sbirri pontifici di mezza Italia? Di quali colpe talmente gravi si sarebbe potuto macchiare per essere cercato con così grande solerzia? Nondimeno papa Giovanni XXII, successore di Clemente, nel 1328 chiedeva ancora informazioni ai vescovi dell’Italia centrale se avessero avuto notizie di Jacopo. Addirittura sembra che contro di lui fosse stata organizzata una vera e propria caccia all’uomo. Sarebbe stata ordinata dal vescovo di Viterbo nel 1320. Le imboscate, che mai avrebbero avuto buon fine, sarebbero terminate con la morte, si crede  per un caduta accidentale da un carro, del segretario del vescovo di Spoleto. Si presume che il motivo di tanto accanimento fosse dovuto alla natura della carica rivestita da Jacopo. Difatti la sua responsabilità all’interno dell’Ordine, che fu una sorta di punto di riferimento spirituale per i cavalieri, avrebbe consentito di conoscere i problemi inconfessabili in tema di fede di molti di essi, o i peccati contro la Chiesa che avrebbero presumibilmente commessi in un periodo della storia dell’Ordine e del papato molto particolari, durante il quale i sospetti di apostasia e di tradimento furono abituali. Sotto questo profilo, Jacopo avrebbe potuto sapere più cose di quanto si presumeva avesse conosciuto. Anche noi ricercatori di cose templari conosciamo poco di questo fantomatico frate Jacopo. Le notizie sopra riportate, fino ad ora uniche, sono affatto esaustive. Per deduzione, sembra peraltro assodato che Jacopo avesse ricoperto l’incarico di “gran visitatore” dell’Ordine soltanto in età avanzata. Oltre alla guida spirituale, la sua funzione avrebbe implicato continui spostamenti tra le case del Tempio in Europa, un’opera di pacificazione nelle controversie interne nonché l’attenzione di fare rispettare i regolamenti, specie se avessero implicato situazioni di carattere religioso.
Situazioni analoghe a quelle ingenerate nella Marca a partire dal 1308, si sarebbero verificate negli anni precedenti anche in Francia dopo le deposizioni mercenarie del capitano templare di Montfauçon, certo Esquin de Floiran. Per inciso, è bene rammentare che queste deposizioni diedero il via alle accuse formali enunciate contro l’Orine Templare dagli scherani di Filippo il Bello calunnie che, come molti sanno bene, condussero al celebre processo ed alla sospensione dell’Ordine dalle sue funzioni istituzionali in seno a santa madre Chiesa. A nulla valse, a fronte dell’accanimento verso i Templari del monarca francese, l’atto di discolpa emesso da Clemente V a favore dell’Ordine, del quale di recente si è fatto un grande dire. Nel 1305, l’anno del tradimento di de Floiran, le Crociate e l’avventura cristiana in Terrasanta erano praticamente già concluse. Quasi tutti i contingenti templari combattenti erano tornati in Europa. La città di Parigi era stata scelta dal gran maestro Jacques de Molay come sede logistica dell’intero Ordine dopo lunghi pensamenti. Nelle bettole e nei centri di ritrovo collettivo delle maggiori città di Francia, gli agitprop del re avevano già iniziato a fornire notizie diffamatrici sui cavalieri templari, reduci o no dai Luoghi Santi che fossero stati. Boire comme un templier, ubriacarsi come un templare, era tra le frasi più benevole nei confronti dei cavalieri che si sarebbero potute udire, di quelle che si muovevano come serpi nelle rues parigine e di gran parte delle villes di Francia. Inoltre già incombeva sulla testa dei Templari una spada di Damocle: l’infamante pettegolezzo di essere asserviti all’idolo Bafometto, mai adorato dai Templari, ma mera storpiatura in lingua francese del nome Maometto, il profeta dei profeti contro i cui correligionari, peraltro, i cavalieri del Tempio avevano menato le mani per quasi due secoli nelle terre d’Outrémer e nella Spagna. Le ammissioni di Esquin de Floiran caddero come il cacio sui maccheroni di Filippo il Bello. Difatti, dopo pochi giorni, in tutta la regione della Rhone i bargelli emisero illegalmente mandati di comparizione nei confronti dei Templari, pur non dimenticando di avvertire le autorità religiose preposte al controllo sulla pretesa idolatria seguita all’interno dell’Ordine. Dei centoventitre cavalieri in elenco, nessuno di essi si sarebbe presentato nelle caserme del re. Di loro si seppe più niente. Svaniti nel nulla. Come avvenne pochi anni dopo nel caso di Jacopo da Montecucco, il super ricercato della Marca. Alcuni storici di peso hanno ipotizzato che molti di essi si fossero rifugiati alla spicciolata in Normandia presso certe abbazie cistercensi, che altri fossero invece arrivati a Calais, e che da qui avessero raggiunto per mare i territori britannici e la Scozia.
Nelle pieghe della storia è nota anche la scomparsa del templare Pietro da Bologna, il giurista italiano patrocinatore di ben cinquecentocinquanta cavalieri nelle udienze processuali del palazzo episcopale di Parigi, tenute dal 12 novembre 1309 al 15 maggio 1310. Durante le ultime arringhe, Pietro da accusato si era fatto accusatore. Aveva puntato il dito contro gli eccessi degli uomini di Filippo il Bello, in primis di quelli del gran cancelliere Guglielmo de Nogaret. Aveva confutato ogni capo d’accusa duramente, e facilmente ne aveva avuto ragione. Aveva rilevato che le menzogne contro l’Ordine avessero avuto peso e vita soltanto in terra di Francia. Soprattutto, aveva dimostrato come l’Ordine si fosse mantenuto, per tutto il tempo della sua esistenza, nella purezza originale. La filippiche di Pietro avevano fatto breccia nell’animo di molti magistrati ecclesiastici presenti alle udienze, tanto da potere compromettere l’evoluzione già stabilita da Filippo dell’intero iter processuale. Il 13 maggio del 1310 fratel Pietro da Bologna, il principale avvocato difensore dell’Ordine, non si presentò all’udienza. I cancellieri ordinarono ai bargelli di rintracciarlo e di condurlo nella sede processuale. Ma Pietro non si trovò, era scomparso. Mai più fu trovato. Ma forse sarebbe meglio dire era stato fatto scomparire, per sempre. Un altro caso di sparizione si sarebbe registrato nella contea di Saint Joseph, situata lungo la direttiva sud orientale della città santa, Gerusalemme. Fu una contea fortemente voluta e creata dalla monarchia francese. Una tradizione radicata afferma che un drappello di otto cavalieri del Tempio fossero caduti prigionieri di un’avanguardia islamica. Che i nemici avessero chiesto un riscatto per la loro liberazione, ma che al diniego di concederlo i Templari fossero stati tutti passati a filo di spada. Degli otto cavalieri non si sarebbero avute più notizie fino al luglio 1196, allorché uno di essi, frate Berengario de Chardeneau, ricomparve in aspetto malconcio inaspettatamente, presso una commanderia dell’Ordine di Giaffa. Questi avrebbe sostenuto che nessuno degli otto commilitoni fosse stato ucciso, ma che tutti sarebbero stati venduti come schiavi dopo essere stati costretti ad abiurare la fede di Cristo e ad abbracciare quella di Allah. Egli stesso sarebbe fuggito dai ferri di una galea saracena ed avrebbe raggiunto in modo rocambolesco, a distanza di anni, i propri compagni d’armi.

  

FACCIAMO UN PO’ DI CHIAREZZA: IL BAFOMETTO  (di Gabriele Petromilli) -
Nei primissimi anni del secolo quattordicesimo, in Francia circolavano voci calunniose su certe pratiche compiute dai Templari all’interno delle commanderie. Non soltanto nelle bettole delle maggiori città francesi, ma anche nei luoghi culturalmente più sviluppati, nelle chiese e nelle abbazie, gli agitatori di re Filippo il Bello avevano iniziato artatamente a diffondere maldicenze pesanti sulla condotta morale di coloro che il sovrano aveva deciso di distruggere definitivamente, i Templari. Tra queste voci, una delle più diffuse fu quella della venerazione e della sottomissione nei confronti di una sorta di idolo con gli “…occhi rossi di carbonchio”, metà maschio e metà femmina, che sarebbe stato usato anche fisicamente secondo le preferenze sessuali dei singoli cavalieri. Per rendersi conto della completa inconsistenza delle insinuazioni propalate, basti ricordare l’elevato comune senso etico che impregnava l’Europa del Medioevo. Un nobile sentimento collettivo dei pudore, ben delineato anche dai massimi storici medievalisti contemporanei, per esempio da Jacques Le Goff nel suo apprezzato saggio Vita quotidiana nel Medioevo. Le prezzolate ammissioni di un capitano templare di Montfauçon reo di omicidio, che aveva barattato la propria testa con calunnie ed ingiurie rivolte al proprio Ordine, le inesatte confessioni di altri cavalieri, estorte con l’uso della tortura, ma soprattutto il ritrovamento nella casa madre dell’Ordine di Parigi di un busto in cuoio ed in legno di un uomo barbuto recante la legenda in glossario romano caput LVI, determinarono nei giudici di un processo memorabile la convinzione che il totem che si diceva adorato dai Templari costituisse una realtà indiscutibile. Anche per questo motivo, nell’opinione di molti commentatori e di altrettanti occultisti è invalsa la persuasione che i Templari avessero realmente venerata una figura misteriosa androgina dai poteri straordinari, tramandata alla storia con il nome di Bafometto. Non fu questo, però, il vero nocciolo della questione.
Il vocabolo Baphomet (in italiano Bafometto) è stato oggetto di numerose interpretazioni. A margine delle circostanze, c’è da dire che durante il Medioevo e nelle epoche successive furono in circolazione in Europa, localizzate soprattutto nelle regioni del meridione francese e nei territori ad ovest di Praga, delle varietà di macchine automatizzate che, tra le altre loro funzioni, potevano segnare il tempo od eseguire operazioni matematiche elementari. Nella maggioranza dei casi i meccanismi interni erano camuffati con forme umane, da figure velate di donne o di uomini barbuti in abiti orientali. In proposito, si dice che il famoso medico Paracelso avesse posseduto un automa capace di pronunciare nomi e di eseguire diagnosi sui malati. Anche papa Silvestro II, al secolo Gerberto d’Aurillac, considerato dalla tradizione occultista un mago potentissimo, avrebbe usato una testa di moro artefatta per ottenere risposte ai quesiti che lui e i suoi sodali le avrebbero rivolto. Certo, le leggende sono leggende, ma le ciance su queste macchine erano bene sviluppate tra i vip d’Europa già sul finire del secolo tredicesimo. In tal senso, la figura antropomorfa con la quale questi fantocci si presentavano, avrebbe potuto indurre certuni a confonderli, in buona o in mala fede, con misteriosi feticci pagani ritenuti prodigiosi. C’è anche da dire che, soprattutto nella Francia meridionale, nel Medioevo non era raro imbattersi in moschee islamiche, fatte edificare da colonie di saraceni o di turchi i quali, da epoche immemorabili, bazzicavano questo lembo di costa europea. E’ stato assodato dalla storia e da autorevoli studi linguistici che le moschee medievali in terra di Francia avevano preso il nome di baphometéries o baphoméries (“maometterie”), come deformazione del nome Maometto. Stando a queste indicazioni, il nome Bafometto significherebbe giocoforza Maometto. L’immagine di Bafometto è stata collocata tra le figure del portale delle chiese di Saint-Méry di Parigi, in quelle della chiesa di Sainte-Croix di Provins e nella fiancata sinistra di Saint-Briss-le-Vineaux di Auxerre, presso i Pirenei. In ognuno dei casi, l’ubicazione dei simulacri dei bafometti è posteriore allo scioglimento dell’Ordine, pur essendo gli edifici appartenuti precedentemente al Tempio. Sembra che gli scultori delle immagini abbiano voluto ricordare le credenze popolari che i Templari fossero stati custodi di un segreto religioso simboleggiato e materializzato in questo idolo, il quale però non sembra  fare parte del complesso originale delle cognizioni cultuali templari. La testa barbuta di un uomo fu riprodotta nei sigilli ufficiali dell’Ordine presente nei territori bavaresi ed ungheresi. Ne sarebbero esempi un sigillo del 1265 del gran precettore di Baviera, frate Cedric Ditronie Shoenengau e di un dignitario della regione del Kodradt, nell’attuale Ungheria sud occidentale, frate Cupis Mutt. Quest’ ultimo reperto risalirebbe ai primi anni del quattordicesimo secolo. Gli studiosi di sfragistica hanno molto discusso sull’identità dell’uomo inciso nei suggelli templari. Alcuni esperti in materia li hanno identificati nel classico Bafometto, altri con san Giovanni il Battista, altri ancora addirittura con l’uomo della sindone. Comunque possa essere, una concomitanza di fatti storici mostra che in seno all’Ordine Templare fosse stata vigente la considerazione di un misterioso personaggio barbuto, tuttavia avulso da reverenza nei termini proposti negli atti inquisitori. Verosimilmente fu un personaggio simbolico, che gli studiosi d’ogni tempo hanno tentato, ancora senza risultati apprezzabili, di identificare. Sembra avere spazio ancora oggi l’immaginazione. Come è la macabra leggenda, diffusasi in Europa durante il periodo romantico, del cavaliere templare di Sidone il quale, innamorato perdutamente di una nobile fanciulla, non avrebbe esitato ad accoppiarsi segretamente, di notte, con il di lei cadavere. Dalla raccapricciante unione sarebbe nato il Bafometto. Il racconto andrebbe interpretato e valutato in termini simbolici, non in senso letterale (sic!) come fecero diversi occultisti nei primi anni del secolo scorso. Per certi occultisti d’Oltralpe attivi nel diciannovesimo secolo la parola Bafometto sarebbe un acrostico, una forzatura dell’interpretazione lessicale, di Ab Ophibus Templum, ovvero “Il Tempio (proviene) dai serpenti”. Altri invece, con una trasposizione di ispirazione alchimistica, hanno parlato di Baphèus methè, ossia di “Pittore della Luna”. Nessuna di queste posizioni ha retto tuttavia al confronto. La prima spiegazione ha tirato in ballo il preteso collegamento tra le antiche dottrine gnostiche, segnatamente quelle della setta degli Ofiti, dei veneratori dei serpenti, con le conoscenze primigenie dei Templari. A riprova del fatto, i fautori contemporanei della tesi hanno voluto ricordare che gli Ofiti avessero praticato gli stessi rituali dei quali furono accusati i Templari: la sodomia ed il culto orgiastico bisessuale di tipo fallico. Ma la storia non dà loro ragione: non solo non è stato mai sensatamente dimostrato in sede processuale che i cavalieri avessero praticato esplicitamente rituali ofiti, ma i temi che richiamarono l’ofitismo non furono in nessun tempo presenti, o soltanto vagamente accennati, nella letteratura e nell’iconografia peculiari del Tempio.  Il celebre studioso ebreo dell’esoterismo Gershom Scholem, a proposito del presunto totem dei Templari, ha avvertito che nella tradizione letteraria ebraica fosse presente la figura di Dio come androgino barbuto, il parsufim, al quale certe comunità dell’Asia Minore avrebbero fatto riferimento cultuale durante il periodo più caldo delle Crociate. In questo caso, il richiamo a Bafometto sembrerebbe essere abbastanza esplicito. Il filologo austriaco Joseph Hammer, in un libro di grande successo dal titolo Bafometto svelato, ha identificato il creduto feticcio dei Templari con una atavica divinità androgina, supponendo che riti magici di carattere sessuale ed orge sfrenate ne avessero caratterizzato la venerazione da tempi immemorabili. E’ plausibile che i cavalieri del Tempio fossero stati addentro ai rituali di magia. Il grande saggio Cornelio Agrippa, vissuto nel secolo sedicesimo, li avrebbe valutati come maghi consumati. Anche in considerazione di altri precetti magici propalati dal Cornelio, è semplice immaginare che Bafometto avesse costituito per i Templari una sorta di talismano che avrebbe nascosto, nella propria essenza androgina, l’unione delle due più grandi polarità dell’universo, il maschile ed il femminile. Sì, va be’. Ma a quale scopo tutta la messinscena in proposito? Quasi dello stesso avviso fu Maurice Magre, cioè che i Templari fossero stati in possesso di una statua carica di magica potenzialità, un simulacro sottratto ai Mongoli durante una battaglia nel deserto persiano. Nonostante le congetture, nessuno ancora conosce cosa avesse rappresentato per i Templari la figura barbuta. Che, se fa comodo o diletto, chiamiamola pure Bafometto.



 IL VALORE SOCIALE DELLE CONFRATERNITE DEI LAICI (di Lucio Apostoli) 

Durante il Medioevo la caritas, senza dubbio la più nobile delle virtù della teologia, fu il principio ispiratore principale della fratellanza tra la gente. Fu anche un elemento morale basilare per gli impegni, di varia natura, che le Confraternite laiche assunsero lungo il loro vasto cammino nella storia. Per esempio, in nome della carità cristiana, l’intera comunità era stimolata a partecipare ai funerali di quanti erano deceduti ed a pregare per la salvezza della loro anima. Anche l’assistenza materiale, considerata inseparabile da quella spirituale, si concretizzò ordinariamente in aiuti monetari in caso di malattia, di miseria o di carcerazione, oppure in visite agli infermi, in veglie e in onoranze funebri. Peraltro, le attività di mutuo soccorso erano finanziate con le tasse d’iscrizione delle persone aderenti alle confraternite, ma soprattutto con lasciti testamentari e con le donazioni elargite a favore delle istituzioni confraternali. Ogni confraternita possedeva generalmente la propria sede presso una chiesa o un convento, ed era regolata da una legislazione raccolta in statuti accurati. Possedeva anche una propria gerarchia, di norma elettiva, all’apice della quale si trovava un priore (rettore, capitano, guardiano) che dirigeva la confraternita con l’aiuto di consiglieri che svolgevano mansioni appropriate. Nell’ambito cristiano, già dal nono-decimo secolo, le genti europee si erano riunite in compagnie dirette ed organizzate da persone laiche. Queste strutture furono di differenti grandezza numerica, destinate principalmente alle opere di pietà in seno alle varie collettività.  Salvo poche eccezioni, la diffusione delle confraternite laiche si manifestò in Italia soprattutto verso il secolo quindicesimo, secondo le aree geografiche e secondo la natura delle congregazioni stesse. Nei territori italiani sorsero prevalentemente come unioni di preghiera in stretta dipendenza con le comunità monastiche, specie con gli ordini mendicanti (fraternite penitenziali). Quelle che nel linguaggio medievale presero anche denominazione di societas, scholae, congraegationes, conligationes ed altro, divennero ben presto finanche le forme più diffuse e dinamiche dell’associazionismo del tardo Medioevo. Gli storici hanno individuato nello sviluppo delle confraternite laiche alcuni elementi comuni che le hanno caratterizzate nella loro pienezza. Innanzi tutto, sarebbe stato il modo nuovo di concepire la figura sociale degli indigenti, il modo più corretto di operare nell’ambito della mutua assistenza. Determinanti nell’opera delle Confraternite laiche furono anche i nuovi sistemi di interloquire con le autorità religiose e con quelle secolari. Tuttavia, tra le Confraternite che più profondamente risentirono dell’influenza dei poteri costituiti, si di mostrarono le così dette compagnie di mestiere. Furono composte prevalentemente da artigiani e da mercanti. Per esempio, nella Firenze del quindicesimo secolo gli artigiani immigrati dalla Germania e dalle Fiandre fondarono due confraternite di tessitori di lana, una intitolata a Santa Barbara e l’altra a Santa Caterina. Nello stesso periodo i tessitori di seta di Lucca si unirono nella compagnia del Ceppo dei Tessitori, mentre i calzolai di Genova si raggrupparono nel sodalizio di San Sebastiano nel 1474. La stessa solidarietà, che si esplicava anche nelle attività di mutuo soccorso sopra citate, riunì gli artigiani lombardi ad Avignone ed a Bologna. Nondimeno furono molte le città italiane che ospitarono volentieri confraternite, compagnie di mestiere che offrivano assistenza anche religiosa, morale e materiale alla collettività. Le Confraternite diedero vita talvolta anche ad ospedali e ad ospizi per poveretti e per pellegrini. Soprattutto nei frequentissimi periodi di epidemia, esse fornirono quelle cure mediche e il sostegno che le strutture assistenziali cittadine non riuscivano a garantire. Un fenomeno abbastanza diffuso in seno alle Confraternite europee dei primi decenni del diciassettesimo secolo, ma le cui origini risalirebbero almeno ad un secolo prima, fu quello chiamato dei poveri vergognosi. Ovvero delle persone che, pur avendo un lavoro, erano cadute temporaneamente in miseria. Quindi costrette, con vergogna, a domandare e a vivere di carità. Gli interventi promossi ed operati dalle Confraternite laiche tardo medievali risposero pertanto alle principali preoccupazioni che turbavano la vita quotidiana di ampi strati della popolazione sia italiana che europea: la malattia e la morte, l’indigenza improvvisa e la prigionia. Non da ultimo, esse si adoperarono spesso anche per conferire una dote alle giovani da maritare. Purtroppo c’è da sottolineare che i governi signorili delle diverse città adottarono spesso una politica altalenante nei confronti delle Confraternite: a volta le appoggiarono o le favorirono, altre volte le ostacolarono con misure repressive fino addirittura a decretarne la soppressione.
Con tali presupposti fino ad allora in atto in Italia, si inserì nella Marca anche l’importante istituzione della confraternita fanese del Suffragio. Prese il nome dalla sua sede originaria, la chiesa omonima di Santa Maria, da tempo gestita da monache benedettine. Le cronache affermano che la frataernitas fosse stata fortemente desiderata da un frate predicatore, il cappuccino Matteo Landriani da Milano. Questo religioso, vissuto e morto in odore di santità,  poté considerare ultimata l’opera di fondazione della confraternita il 20 aprile del 1618, dopo avere ottenuto l’assenso ufficiale del vescovo monsignor Tommaso Lapi, reggente della diocesi fanese in quegli anni. Nel mese di agosto la fondazione della congregazione fu ratificata a Roma, presso la Santa Sede. La funzione della compagnia religiosa divenne soprattutto il sostegno del suffragio per i defunti, attraverso il compimento di pratiche religiose ed mediante la celebrazione di processioni e di messe, che conferirono alla congrega fanese una valenza di alta aggregazione sociale. Oltre ciò, la confraternita fu affiliata alle congregazioni romane di San Giovanni in Laterano e dell’omonima Santa Maria del Suffragio. Dal pontefice Paolo V, tra gli altri rilevanti privilegi, concesse ai priori della Compagnia del Suffragio di Fano la potestà di affrancare dalla pena capitale un condannato a morte del luogo nel giorno del martirio di San Giovanni Battista.
Durante l’occupazione napoleonica di Fano, tra il 1800 ed il 1814, la Confraternita subì il completo sequestro e lo spogliamento dei beni da parte delle autorità militari, per circa sei anni fu considerata dispersa. Si ricompattò ufficialmente nel giugno 1814 nei festeggiamenti di una solenne processione mariana, effettuata nell’esultanza della popolazione fanese.


TRADIZIONI RELIGIOSE



I TEMPLARI E LA SANTA CASA DI LORETO (di Gabriele Petromilli)

Ricerche storiche recenti, condotte sia personalmente che dal padre francescano Giuseppe Santarelli, studioso autorevole di storia lauretana, hanno fatto crollare l’antica, ascoltata e suggestiva tradizione del trasporto della Santa Casa grazie l’opera miracolosa degli angeli.
Santarelli, in un testo dal titolo “Indicazioni documentali sul trasporto della Santa Casa” del 1987, ha posto in evidenza che gli autori della traslazione del santo sacello ora venerato in Loreto fossero stati dei generici cavalieri medievali, senza specificarne il nome ma ipotizzando quelli dell’Ordine Costantiniano Angelico, trascurando tuttavia che negli anni degli avvenimenti questa organizzazione cavalleresca non era stata ancora ufficialmente costituita. Nello stesso anno ho pubblicato il saggio intitolato “I Templari e la Santa Casa di Loreto”, nel quale ho posto in risalto l’attività del Tempio nella gestione del trasporto della reliquia di Nazareth in terra picena. Ho motivato l’opera dell’Ordine sulla base di elementi prima di tutto storici e politici, in secondo luogo cultuali e mitologici, avendo notato precisi riferimenti con le arcaiche tradizioni picene legate al culto delle divinità femminili nere, vergini e madri (la dea Cupra).
La questione lauretana, da molti storici definita vexata per sottolineare il travaglio storico, letterario e filologico al quale è stata soggetta la tradizione religiosa, prese inizio alla fine dell’Ottocento e si protrasse per i successivi decenni. Sulla base di documenti, quasi tutti tardo medievali, autentici oppure alterati, si verificò una ridda di supposizioni e di certezze che trovò Chevalier, De Feis, Huffer e altri minori studiosi come negatori dell’autenticità della Santa Casa, e Thomas, Ranieri ed Eschbach come fautori della veridicità storica del sacello. In sostanza, le dispute si incentrarono su due punti fondamentali: l’esistenza in territorio lauretano di una chiesa dedicata al culto della Madonna prima della traslazione, avvenuta alla fine del secolo tredicesimo. Alla vertenza di natura storica si aggiunse quella di carattere archeologico. Tuttavia entrambe non portarono a risultati definitivi e inequivocabili. Le fonti tardo medievali furono principalmente le opere letterarie di Pier Giorgio Tolomei detto “il teramano”, cui si deve l’inizio della diffusione dei racconti del trasporto angelico del sacello, dunque miracolistico. A questi testi fecero seguito quelli di Battista Spagnoli, detto “il mantovano”, e di Giovan Battista Petrucci. Nel corso del Quattrocento, questi due autori, sebbene attraverso ottiche differenti, tentarono di offrire anche un quadro storico della traslazione, imitati in seguito da Marcoprobo Mariano e da Domenico Lazzarelli. Nei secoli sedicesimo e diciassettesimo parlarono della Santa casa Giangiacomo Trissino e Girolamo da Mondolfo, Torquato Tasso e Domenico Angelita. E’ da rilevare che la tesi della traslazione per ministerium angelicum prese ulteriormente corpo solamente in questi secoli causa il testo di Andrea Gelsomini del 1625, intitolato “Il tesoro celeste della devozione di Maria Vergine”.
Negli anni contemporanei la questione lauretana è stata oggetto di studio da parte di ricercatori eminenti e di studiosi improvvisati. Tra i primi, è bene ricordare Francesco Grimaldi e Carlo Bertelli, Bagatti e Testa, che condussero indagini sotto il profilo propriamente archeologico e simbolistico. Tra i secondi spicca Guido Monina, storico e già sindaco di Ancona, che ha spolverato le tesi ipercritiche di Calmet, di Trombelli e di Chevalier, disquisendo sulla storicità della Santa Casa attraverso riferimenti inesatti e negando perfino l’esistenza della città di Nazareth nell’antichità.
Nella situazione attuale della questione lauretana, grazie agli studi eseguiti da padre Santarelli e da quelli personali, si assiste al riavvio della concezione storica della traslazione delle pietre della Santa Casa, nonostante le resistenze devozionali motivate da una radicata tradizione miracolistica e da una certa parte del clero. Se la Madonna lauretana è stata eletta patrona dell’Aeronautica italiana, giacché secondo la tradizione la sua casa sarebbe stata trasportata in volo, ora sarebbe più opportuno investirla tutrice della Marina in quanto appare evidente e dimostrato che le pietre della Santa Casa fossero giunte nel Piceno attraverso il mare. Battute a parte, l’antica tradizione della traslazione miracolosa, alla quale milioni di pellegrini in visita al Santuario lauretano hanno dato credito per secoli, si attenua sempre maggiormente. Ne esce però rafforzata la funzione spirituale e religiosa del culto mariano di Loreto. Il sacrale messaggio dell’incarnazione divina, tangibilmente evidenziato dalle scure pietre di Palestina, è rimasto nei secoli immutato, e tale si tramanderà nella mente e nei cuori degli uomini desiderosi di conoscenza.
I punti fondamentali che fanno supporre la partecipazione dell’Ordine Templare al trasporto in territorio lauretano delle oltre ottanta pietre che compongono, attualmente miste ad altre, il sacello mariano all’interno della Basilica di Loreto, possono riassumersi in questo modo:
1) dalle testimonianze dei cronisti medievali, specialmente dal biografo di re Luigi IX di Francia, Jean de Joinville, risulta che l’Ordine conoscesse e custodisse la casa dell’incarnazione a Nazareth.
2) un documento e alcune notizie d’epoca attestano che agli inizi di maggio del 1291, in previsione della caduta della piazzaforte cristiana di San Giovanni d’Acri, una nave templare carica di reliquie avesse fatto vela per il porto di Atene, città allora governata dalla famiglia ducale dei De La Roche, tradizionalmente legata all’Ordine.
3) Si presume che la nave avesse raggiunto Atene, e che poi fosse ripartita per il porto di Brindisi. Il cronista e poeta Giovan Battista Petrucci, sostiene che fosse stata attaccata e predata del carico dai pirati Illiri durante la navigazione. Delle reliquie si persero le tracce. Alcuni anni dopo si ritrovano le sante pietre come dote matrimoniale di Isthamar d’Epiro, figlia del despota albanese Niceforo Angelo.
4) il territorio silvestre di Loreto, per la precisione la zona recanatese di Montatrice (etimologicamente mons sacer, monte sacro) dove le pietre furono originariamente sistemate, per tradizione arcaica era considerato sacro alla divinità femminile picena Cupra, anch’essa onorata come vergine e madre, raffigurata con la pelle scura del colore del rame (cuprum).
5) nelle vicinanze della zona di Montatrice esisteva un insediamento templare chiamato San Giovanni de Arculo, dipendente dalla precettoria templare di Sant’Angelo a Recanati
6) insieme alle pietre fu deposta a Montarice un’icona lignea figurante una Madonna nera. Si sarebbe originata in questo modo l’iconografia lauretana della Vergine Nera, verosimilmente a ricordo delle attribuzioni esoteriche e del cromatismo cultuale dell’antica divinità picena Cupra.
7) per complessi motivi politici e militari e grazie all’opera diplomatica di papa Celestino V, le pietre della Santa Casa furono riconsegnate all’Ordine che provvide alla deposizione nel luogo anzidetto in osservanza dei culti ancestrali del femminino sacro. L’idea della deposizione delle sante pietre a Sulmona, inizialmente caldeggiata dall’abruzzese papa Celestino, fu definitivamente abbandonata in seguito alle note vicende che condussero alla abdicazione di questo pontefice (cfr. Dante Alighieri: “… colui che fece per viltade il gran rifiuto”).
8) dopo la distruzione dell’Ordine Templare, le sante pietre furono trasportate sull’altura detta Monte Prodo, dove si trovano ancora ed intorno alle quali, dopo varie vicende, fu costruita una chiesa ed quindi una basilica mariana. L’icona fu sostituita con un simulacro mariano di colore nero, andato distrutto durante l’incendio del 1921. Ora è sostituito con una copia esatta. L’esistenza preesistente nel territorio lauretano di un’altra chiesa dedicata al culto della Madonna (Santa Maria de Laureto), non invalida minimamente le ipotesi di ricostruzione delle vicende.



VESTIGIA DEL PASSATO




SAN FILIPPO DE PLANO IN MONTORTO
LA PIU’ IMPORTANTE PRECETTORIA TEMPLARE DELLA MARCA
(di Gabriele Petromilli)


A Montorto (o Montetorto), l’attuale frazione osimana di Casenuove, l’Ordine Templare si stanziò nel 1167 dopo avere assunto in enfiteusi vasti territori della diocesi locale. Nel luogo l’Ordine eresse una chiesa intitolata a San Filippo, alla quale fu aggiunto il nome di San Giacomo dopo la sospensione dell’Ordine nel 1312. Poiché i possedimenti si estendevano in una amplia zona pianeggiante, quantunque a tratti rotta da morbide colline, all’insediamento venne associato il nome di “de Plano”. L’insediamento divenne con il tempo una precettoria importante, forse la maggiore dell’antica Marca d’Ancona (cfr. G. Petromilli, “I Templari della Marca Centrale” 1983). Ampliò la giurisdizione su numerosi centri limitrofi, attraverso acquisti e donazioni di terreni. Intorno al 1240, anno che si presume costituire l’epoca della massima espansione, la sola precettoria di Montorto contava quarantadue cavalieri effettivi, tre cappellani ed un numero non definito di uomini tra sergenti, inservienti e operai. In caso di necessità contingenti, questi numeri potevano moltiplicarsi fino a raddoppiarsi. Come accadde nel 1247 in occasione della prevista, e poi concretizzata, battaglia di Osimo, quando un esercito ghibellino al comando di Roberto da Castiglione si scontrò nella piana osimana con il guelfo comandato dal vescovo Marcellino. Allo scontro parteciparono i Templari di San Filippo de Plano con un contingente di ottantuno cavalieri. L’episodio del combattimento è rimasto per certi versi molto singolare dato che si è rivelato l’unico nella storia in cui due Ordini di Terrasanta si sono battuti in armi in schieramenti opposti. Difatti nell’esercito del conte Roberto militava, quantunque non ufficialmente, un piccolo contingente di Cavalieri Teutonici. Per la cronaca, lo scontro fu spaventoso e la sorte arrise ai ghibellini. Sul campo si contarono quasi tremila morti e ventisei Templari di San Filippo (cfr. G.Baldassini, “Memorie storiche della antichissima e regia città di Jesi”).
“Fratribus Militiae Templi Sancti Philippi de Plano auximanae diocesis. Inter vos, ac venerabilem fratrem nostrum aux. episc. super quibusdam mortuariis decimis synodalibus, et aliis episcopalibus iuribus, ac super eo, quod excommunicatos et interdictos recipiebatis, ut idem episc. afferebat ad divina officia, et ecclesiaticam sepolturam, venerabilis fratribus nostris Aesino, Anconetano et Fanensis episc. dedisse recolimus in mandatis, ut auditis utriusque propositis, causam ipsam ad non remitterent sufficianter instructam, paefigientes partibus terminum competentem, quo nostro se conspectui praesentarent sententiam recepturam. Datum Laterani X kal. Aprilis, pontificatus nostri anno quattuordicesimo”.
Fu questo il testo dell’invito che papa Innocenzo III rivolse nel 1211 ai vescovi di Jesi, di Ancona e di Fano al fine di ricomporre le discordie sorte tra i Templari di San Filippo de Plano e il vescovo osimano Sinibaldo, al quale i cavalieri rifiutarono di pagare decime e diritti di varia natura. Anche nel 1271 si verificarono liti per il mancato pagamento dei Templari di decime annuali e di un puledro. Questo è il testo dei termini della contesa arrivata al cospetto di un notaio osimano:
“Mense Julii die XIII Ap.Sedis. Vac. Indictione XIII, tempore ven.P.D. Benvenuti D.G.A.E. Ven. P.D. Benvenuti episc. eccl. Santi Leopardi, episcopatus Auximi fecit nomine eccl. Auxim. fratri Jacobo de Parma praeceptori mancionis Sancti Phlippi de Plano, presenti nomine ipsius mancionis, et protestatus fuit quod ipse praeceptor pro dicta mancionis pensiones quas frater Gaijamanus praeceptor olim dicte mancionis vel alias pro ipsa mancione promisit dare domino (…) scilicet pauperum pullum equinum decimam fructum et aliis res dare promisit domino episc. auxim. pro terris, vineis et acclesiasticis rebus dicte mancionis concessit, sicut patet in istrumentis conceptis quia praeceptor interpellavit dictum dominum episc. ut sibi daret quidquid poterai sibi domino episc. secundum posse suum, et dominus episc. se paratum esse recipere et facere quidquid deberet (…) Actum Auximi in Camera D.E. praesentibus donno Corrado sudice et donno Jacobello Camerario dicti domini episc. et fratre Jacobino Ferrario dicte mancionis.”
L’anno successivo, nel 1272, il vescovo osimano Benvenuto ebbe di nuovo a protestare contro l’amministratore di San Filippo de Plano, frate Federico, affinché fosse corrisposto il canone enfiteutico annuale. I testi originali riportati sono stati estratti dall’antico scritto “I Protocolli del Vescovo San Benvenuto”. Non si conosce in che modo fosse stata ricomposta la contesa, se lo fosse stata. E’ evidente tuttavia che si fondò su di una questione di principio. Il dovuto dell’Ordine alla diocesi osimana era davvero irrisorio: un pullum equinum (un puledro), poche monete di rame corrispondenti ad un pauperum, lievi decime sinodatiche e di rappresentanza. Erano beni del tutto inconsistenti per una precettoria così estesa e ricca come San Filippo de Plano. Certamente l’Ordine Templare si richiamava alla esenzione di pagamento di qualsiasi imposta alla curie diocesane locali sulla scorta dei ripetuti privilegi pontifici. Dal canto loro i vescovi di Osimo pretendevano a buon diritto il canone annuale pattuito fino dalle origini per la concessione enfiteutica dei territori. Ma al di la delle semplici contese, gli episodi mostrano come non i rapporti tra i Templari ed il clero secolare locale non fossero stati buoni. L’inimicizia si sarebbe evidenziata soprattutto attraverso le annose liti per il possesso e lo sfruttamento delle così dette Fonti di San Gennaro, situate nei pressi dell’attuale chiesa osimana di Santa Palazia (cfr. A.Pannelli, “Memorie storiche di San Benvenuto). Ci sia consentito di riferire che in questo sacro edificio (ex chiesa di Sant’Agostino) è sepolto il frate agostiniano Tommaso Arbuatti (1673-1746), morto in forte odore di santità al quale lo scrivente è legato da discendenza in linea femminile.
Tra le pertinenze agricole della precettoria di San Filippo de Plano sono annoverabili gli antichi territori di Pretolone verso Cingoli, e le tenute di “Rota Grande” e di “Terra Magna” nell’attuale contrada di Mensa Vescovile. Nelle vicinanze c’è la contrada di Passatempo di Osimo. Secondo una personale interpretazione toponomastica, non è da escludere che la denominazione derivi da “passo del Tempio”, essendo stata la zona sotto l’amministrazione templare e ricoperta da una fitta vegetazione lungo il percorso del fiume Musone, elementi naturali che resero necessaria la costruzione di ponti per i viaggiatori provenienti dal territorio maceratese. Verso Jesi, invece, ci sarebbe stato il predio templare “del Bove”, situato non lontano dalla attuale località di San Paterniano (cfr. “Catasti Osimani”). Secondo calcoli personali, la precettoria di San Filippo de Plano si sarebbe estesa complessivamente su una superficie, compresi i territori satelliti locali, su una superficie di almeno trecento ettari di terreno, sui quali sorsero mulini e grancie, stalle e vivai ittici. Inoltre sembra che gli operai dei Templari di San Filippo fossero stati abili fabbricanti di stoffe e calderai, ovvero artigiani specializzati nella lavorazione del rame.
Nel 1308, papa Clemente V si rivolse con una epistola, rimasta famosa nella storia, anche ai vescovi di Osimo, di Jesi e di Fano, invitandoli a formare inquisizione contro i Templari che avessero risieduto nei territori di loro giurisdizione. Non è dato di sapere come si fosse comportato il vescovo osimano e che cosa fosse accaduto ai cavalieri di San Filippo de Plano. E’ comunque certo che la precettoria nel 1314, per altri autori nel 1319, fosse passata in proprietà dell’Ordine Gerosolimitano Ospedaliero, poi diventato Ordine di Malta. Nel contesto, c’è da ricordare un episodio speciale desunto da un documento curiale del 1373. Risulta infatti che frate Giovanni Angelico de Busco, del monastero di San Silvestro di Osimo, avesse ricevuto un biasimo pontificio ufficiale per avere dato asilo e sostentamento clandestino al cavaliere del Tempio frate Vanni da Recanati, già in odore di eresia e rifugiatosi nel monastero per oltre sessanta anni.

Cosa rimane oggi della antica precettoria: nello spiano campestre di quello che dovrebbe essere stato anticamente il piazzale della precettoria, rimangono visibili la chiesa campestre intitolata ai Santi Filippo e Giacomo, ed un ampio cascinale non abitato anticamente adibito a stalla e a deposito di attrezzature agricole. Entrambe le costruzioni sono state nei secoli ristrutturale e più volte rimaneggiate nelle loro forme. Il complesso è ora di proprietà della famiglia dei conti Baleani di Jesi. La chiesa, semplice ed austera nelle forme, è ancora consacrata. Vi si tengono cerimonie religiose nel giorno della ricorrenza annuale della festa dei santi patroni. Purtroppo il tempietto ha subito spogliazioni degli arredi interni e ripetuti furti sacrileghi, tanto che ora ha il portone rigorosamente sbarrato, e non è possibile visitare l’interno. Sbarrate sono anche le porte dell’ampia costruzione antistante. Ma è da segnalare un fatto curioso. A poche centinaia di metri di distanza, salendo la dolce collina di Montorto, è possibile trovare altre costruzioni consimili. Fin qui nulla di particolare. Ma se idealmente volessimo collegare i punti della loro dislocazione sul territorio, noteremmo che il loro insieme forma il disegno di uno stelo di fiore e di una corolla, presumibilmente di una rosa canina. E’ un messaggio arcano che i Templari avrebbero lasciato a chi sarebbe in grado di comprenderlo?
Come arrivare in auto a San Filippo: strada provinciale da Ancona fino allo svincolo per Polverigi (meglio imboccare la diramazione di Torrette). Quindi imboccare l’incrocio con la strada comunale per Jesi. A oltre cinque chilometri dal bivio, si giunge alla frazione di Casenuove. Proseguendo la strada per Jesi, la chiesa di San Filippo si trova a circa tre chilometri dal nucleo abitato ed è visibile dalla strada sulla destra del senso di marcia. Uno svincolo chiamato via della Commenda, situato sempre sulla destra della direzione di marcia, conduce allo spiazzo dell’antica precettoria templare. Distanza complessiva tra Ancona e Casenuove di Osimo, circa venticinque chilometri.


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IL CASTELLO PERFETTO (di Gabriele Petromilli) - Gli studiosi di cose templari stanno ancora dibattendo se l’Ordine del Tempio fosse stato il costruttore delle proprie chiese o dei siti in cui svolsero le loro attività primarie, o se piuttosto avessero comperati, oppure presi in locazione da altrui, gli edifici adeguati ai propri scopi istituzionali sul territorio. Per la Marca, zona di personale specifica cognizione, posso dire che nella maggioranza dei casi i Templari assunsero in enfiteusi le loro proprietà (vedi la precettoria di San Filippo de Plano di Osimo o quella della così detta “Villa del Balì” di Saltara) dalle diocesi, per poi estenderle o per abbellirle seconda le proprie necessità cultuali e liturgiche. Comunque sia, tenendo conto delle situazioni verificatesi in altre parti della penisola ed Oltralpe, sarebbe meglio adottare in proposito la massima in medio stat virtus, per cui l’Ordine avrebbe adottato, in genere, entrambi gli accorgimenti secondo le occasioni che a vario titolo si fossero presentate. Mi sembra neppure vincolante, ai fini dell’identificazione degli edifici templari, li modo in cui il Tempio ne fosse venuto in possesso, o l’uso specifico che avrebbe fatto degli stessi. La questione si adatta alla vicenda della costruzione della rocca di Castel del Monte, nelle limitrofie di Andria, nelle Murge pugliesi. La località fu una delle residenze privilegiate dell’imperatore Federico II di Svevia il quale, nei primi decenni del secolo tredicesimo, volle farvi costruire una stranissima fortezza, ancora oggetto di ampie dispute tra studiosi se fosse stata suggerita dai principi esoterici del sapere iniziatico dell’Ordine. E’ innegabile, è storicamente accertato, che il committente dell’opera fosse stato l’imperatore Federico. Documenti d’epoca nonché appropriati ed approfonditi studi lo hanno dimostrato. Tuttavia molteplici elementi di carattere architettonico, ed altri di natura tipicamente esoterica, inducono giustamente a fare pensare ad un’ingerenza se non diretta dell’Ordine, almeno ad un fervore fattivo di iniziati templari durante il periodo della fabbricazione. Vero è che tra i Templari e Federico non corse mai buon sangue in politica, ma è bello pensare che fossero andati d’accordo se non altro per questioni concernenti nozioni iniziatiche sacrali. Stando in questo modo le cose, il problema della originaria attribuzione dei vari monumenti dianzi accennato, sembrerebbe risolto almeno in questo caso, ma in parte. Difatti tra le mura di Castel del Monte si rincorrono le conoscenze simbologiche di un’intera epoca, del Medioevo, che a stento potrebbero definirsi soltanto di stretta attinenza templare. Molti studiosi del periodo federiciano, tra i quali Maria Letizia Troccoli Verardi, in un saggio dal titolo “Un libro di pietra”, ha sostenuto che l’imperatore Federico fosse stato appassionato di esoterismo, suo cultore fervente, e che Castel del Monte sia uno degli edifici più enigmatici da un punto di vista simbologico che la storia abbia mai visto. Peraltro, anche soltanto per rappresentare la pianta ottagonale della fortezza sarebbe necessario tracciare dei rettangoli con un lato di 22 metri e l’altro di 35 e sessanta centimetri. Difatti i ventidue metri rappresenterebbero la sezione aurea del lato maggiore, dunque il fondamento di quella “divina proporzione” tanto celebrata dai costruttori medievali. Inoltre coinciderebbero con 40 cubiti di cinquantacinque centimetri ciascuno. Secondo la tradizione vigente durante il Medioevo, la cifra quaranta sarebbe stata sacra e queste grandezze sarebbero state usate da re Salomone per costruire il Tempio di Gerusalemme. Nel corso dell’età di mezzo, il riferimento degli architetti al quaranta fu pressoché costante. Questa cifra fu particolarmente citata in termini sacrali nel “Libro della Sapienza” dell’Antico Testamento e nei testi di Sant’Agostino di Ippona. Del resto, quaranta furono i giorni di durata del diluvio universale, quaranta furono i giorni trascorsi da Mosè sul Monte Sinai in attesa delle tavole della legge, quaranta gli anni della peregrinazione nel deserto del popolo ebreo, quaranta i giorni del digiuno di Cristo, quaranta quelli della quaresima. Gli esempi dei riferimenti biblici, evidenziati simbolicamente nel Medioevo, potrebbero continuare a lungo. La costruzione di Castel del Monte, stando alle intenzioni iniziatiche, avrebbe dovuto costituire anche l’omphalos della terra, il centro del mondo, il serbatoio delle “acque di Iddio”. Scrisse in proposito il rinomato esoterista René Guénon: “… il serbatoio delle acque celesti è identico al centro spirituale del nostro mondo. Per gli Ebrei questo centro spirituale si identifica con la collina di Sion (…) Ma ci si può spingere ancora più lontano. Dopo il Tabernacolo del Tempio, è l’Arca dell’Alleanza nel tabernacolo stesso, i luoghi di manifestazione della Shekinah rappresentano altrettanti approssimazioni successive del “polo spirituale”. Uno dei luoghi di tali manifestazioni sarebbe stato costituito, stando alle tante tradizioni su Castel del Monte e circa la sua valenza iniziatica, proprio dalla fortezza ideata dall’imperatore Federico di Svevia. E perché no, forse anche grazie all’assistenza dei sapienti dell’Ordine del Tempio.


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STORIA


I TEMPLARI E LA SINDONE
(di Gabriele Petromilli)

Nella primavera del 1291 l’esercito islamico sferrò l’attacco decisivo contro l’ultima roccaforte militare cristiana, San Giovanni d’Acri. Vi fu un assedio, poi la capitolazione. Il fatto segnò l’abbandono definitivo della Terrasanta da parte delle forze occidentali. Prima dell’assedio e della caduta, i Templari procurarono di mettere in salvo per la via del mare, rimasta ancora libera, tutto ciò che rappresentava devozione di culto cristiano. Così, come avvenne per le pietre della Santa Casa di Nazareth, anche per altre reliquie i Templari organizzarono il trasferimento nei territori cristiani. I trasporti sono stati ampiamente documentati dai cronisti del periodo, così come è stato dimostrato che dalla fine dell’anno 1291 iniziò a propagarsi a dismisura in Europa il culto delle reliquie provenienti dai luoghi santi, quantunque fossero state in gran parte false, contraffatte o ingannevoli. Ma a proposito della sindone, per intendrci del lenzuolo conservato attualmente a Torino, i fatti sembrano essersi svolti in modo differente. Da un carteggio ufficiale dell’Ordine Templare datato 17 gennaio 1293, risulta che un telo “marcato dalla figura di un uomo morto e disteso” attribuita a Gesù Cristo, fosse stato affidato ad un alto ufficiale del Tempio, Goffredo di Charnay. Si ritrova questa persona a Parigi nel 1296 con la carica di gran precettore di Normandia. Due anni più tardi de Charnay fece costruire a Lirey, cittadina situata nei possedimenti della sua nobile casata, la chiesa di Notre Dame. Qui egli fece porre ed esporre la sindone affidatagli. Sul fatto scrisse il cronista templare François de Saath, le cui affermazioni furono sostanzialmente ribadite dalle cronache di Guglielmo de Molalbert oltre un secolo dopo. E’ pertanto presumibile che il santo telo avesse seguito Charnay nel suo rientro in Francia dalla Terrasanta, e non avesse seguito la rotta marittima usuale per gli altri beni di cristiana devozione. Goffredo de Charnay fu lo stesso dignitario dell’Ordine che finì ucciso sul rogo insieme a Jacques de Molay nel marzo del 1318.
I Templari furono sempre al corrente dell’esistenza del telo, anzi sembra che la sua custodia e protezione avessero costituito loro precise funzioni istituzionali. Il biografo del re francese Luigi IX il Santo, de Joinville, nella cronaca della ottava crociata ebbe a scrivere che un telo di lino preziosissimo fosse conservato in una cassa di legno e argento nella chiesa di Santa Maria della Fossa a San Giovanni d’Acri, e che quattro cavalieri templari e un sergente montassero a turno la guardia al forziere, sia di giorno che di notte. Purtroppo non si conoscono altre notizie riguardanti la reliquia durante la permanenza in Terrasanta, sia da parte templare che da altre fonti. Lo stesso resoconto di de Joinville rimane incomprensibilmente sottaciuto dalla storia. Dopo la morte di Goffredo de Charnay, le proprietà della sua famiglia furono requisite dalla corona di Francia. Anche la stessa chiesetta di Lirey e il telo stesso. Con la morte di Goffredo potrebbe considerarsi chiuso il rapporto tra la sindone e le vicende dell’Ordine Templare. Rimane in piedi tuttavia il fatto di conoscere con certezza, sotto il profilo puramente storico, se il telo ora conservato in San Lorenzo di Torino, è lo stesso di cui hanno parlato i cronisti medievali come oggetto di cura da parte dei Templari.
Nel corso dei secoli, peraltro, si sono sovrapposte notizie su molte altre sindoni, però molto differenti tra loro per natura e per storia. Sono state contate ben trentaquattro presenze di sindoni, ovviamente tutte fittizie, quantunque in ogni caso certificate come autentiche dalle autorità ecclesiastiche passate e contemporanee. Come il telo del “volto santo”, tuttora oggetto di culto nel santuario di Manoppello, in Abruzzo. Tra le sindoni che spesso furono equivocate con il telo di Torino c’è stata la così detta “sindone di Besançon”, che andò distrutta nell’incendio del 1439 della cattedrale di Saint Etiénne della città francese dove era conservata. Secondo la testimonianza autorevole del vescovo di Troyes, Pierre d’Arcis, questa sindone sarebbe stata un dipinto su tela grezza figurante Gesù Cristo, trafugato dai crociati europei nella chiesa di Santa Maria di Blachernae di Costantinopoli nel 1204 durante la celebre sacrilega depredazione da parte dei Veneziani. Nonostante le descrizioni e le certificazioni storiche che attestarono la diversità tra le varie sindoni, le reliquie sono state confuse dai cronisti antichi e moderni troppo spesso e grossolanamente, tanto da fare presumerne una volontarietà dell’errore.
Riguardo la sindone torinese le cose stanno diversamente. Il suo percorso, passo per passo, è stato documentato dal 1298, ovvero dall’anno in cui fu esposta nella chiesa di Notre Dame di Lirey. In virtù della confisca dei beni dei de Charnay, per ordine di Filippo il Bello la sindone fu trasportata del castello di Laurentin en Seine, nei pressi di Parigi. Vi fu conservata fino al 1349, anno in cui il sovrano Filippo VI di Valois reintegrò nei possedimenti e nelle proprietà la famiglia de Charnay, probabilmente per meriti diplomatici verso la corona. Anche la chiesa di Lirey e il santo telo furono restituiti. L’anno seguente la sindone venne esposta nuovamente a Notre Dame di Lirey. Da questo momento la sindone “templare” iniziò ad assumere una vastissima notorietà in Europa, tanto che centotre anni dopo la restituzione fu usata da una duchessa de Charnay, tale Margherita, come oggetto di scambio a favore dei duchi di Savoia. Dall’anno (1453) del “gran dono”, come la cessione fu allora definita, la storia della “vera” sindone è comunemente nota. Questa è la ricostruzione accertata e fedele delle vicende storiche che riguardano il sacro lenzuolo, tracciata in modo essenziale ed esaustivo. Per la cronaca, la sindone verrà ulteriormente esposta al pubblico a Torino nel giugno nel 2010. Le altre ricostruzioni storiche al riguardo, nonché le note vicende di analisi scientifica al riguardo, sono state scandite dalla volontà di cancellare ogni traccia di partecipazione templare al suo studio.
Le ricerche personalmente svolte nell’arco di una decina di anni, sembrano avere trovato conferma in un articolo del 1986 della rivista britannica “Newsletter”. Vi si legge che Goffredo de Charnay avrebbe avuto personalmente in consegna la sindone nell’isola di Cipro, precisamente monastero ortodosso di Lambusa, nel 1292. Nel 1297 egli avrebbe assunto la carica di gran precettore dell’Ordine per la Normandia (sebbene a me risulti nel 1296), e che nel 1302 (a me risulta nel 1298) egli avrebbe fatto costruire a Lirey la chiesetta di Notre Dame. L’articolo riporta inoltre la mia stessa fonte documentativa riguardo la restituzione dei beni ai de Charnay, cioè il celebre testo di Alphonse Baptiste Anselme “Storia cronologica e genealogica della Casa Reale di Francia” del 1717. Oltre alle ricerche storiche, altri elementi minori conducono al legame tra il santo telo di Torino e l’Ordine Templare. Su certi sigilli ufficiali dell’Ordine risalenti al 1271 e al 1289, usati negli atti legali rispettivamente da fra Widekin, precettore templare di Germania e di Slavonia, e da Frederich de Salm di Schongau (Carizia), recano incisa l’effige di un volto maschile simile a quello impresso (al positivo) sulla sindone. E’ l’immagine del volto di San Giovanni evangelista, personaggio al quale Templari di cultura tedesca di votarono, oppure è quella dell’ “uomo della sindone”? In un’anta di legno dipinta, databile intorno la seconda metà del secolo tredicesimo, sulla quale era riprodotta l’immagine sindonica, fu rinvenuta nel 1958 in una chiesa già gestita dei Templari nella cittadina di Templecombe, in Gran Bretagna. Sempre in Inghilterra, precisamente nella abbazia di Donney nel North Northfolk, luogo templare dal 1117 al 1313, sono stati portati alla luce bassorilievi sepolcrali con sculture dell’immagine della sindone (cfr. “Die Hareford karte” del 1903 in merito ai sigilli, e “Act of Royal Commission of Historical Mounuments in England” (1931) riguardo i ritrovamenti archeologici).





LE CROCIATE
(di Fernanda Nosenzo Spagnolo)

La ragione per cui le Crociate continuano a suscitare l’interesse del pubblico e degli storici è fondamentalmente motivata dall’ampiezza del fenomeno storico che hanno rappresentato. Nel mettere in moto considerevoli masse di popolo e di interessi della più varia natura, le Crociate hanno avuto nella fede cristiana il loro principale motore.
Sostanzialmente le Crociate sono state spedizioni militari dell’Occidente cristiano contro il Medio Oriente islamico per liberare la Terra Santa e ricondurla alla religione di Cristo. Gli storici hanno contato otto spedizioni, sviluppatesi in un arco di tempo complessivo di quasi duecento anni ed alle quali hanno contribuito, con conseguenze più o meno fortunate, i maggiori sovrani europei dell’epoca.
C’è da dire che le crociate fallirono dal punto di vista strettamente militare. Ebbero di contro effetti rilevanti per la vita sociale ed economica dell’occidente europeo. Tutto sommato contribuirono al progresso collettivo delle nazioni di un intero continente.
Le Crociate aprirono le porte al commercio nei traffici con l’Oriente, eliminarono in gran parte il monopolio mercantile dei Bizantini e degli Arabi, e in particolare favorirono le repubbliche marinare italiane, specialmente quella di Venezia. Le spedizioni militari contribuirono anche all’introduzione in Europa di nuove tecnologie, di industrie e di imprese che, nel loro insieme, diedero impulso alla nascente borghesia ed il colpo di grazia decisivo al già decadente feudalesimo.
Le cause che provocarono le Crociate furono varie e sovente differenti. Innanzi tutto le motivazioni connesse alla religione, ovvero il desiderio di riscattare i luoghi che videro la vita e la predicazione di Gesù Cristo dal dominio mussulmano, spesso intollerante nei confronti dei pellegrini cristiani provenienti dall’Europa e delle comunità cristiane ivi createsi dai primi anni della nascita del cristianesimo. In secondo luogo ci furono motivazioni economiche e sociali, che si concentrarono nella volontà di riattivare, da parte dei potentati navali occidentali, i già fiorenti e vantaggiosi commerci con l’Oriente interrotti con l’invasione turca e, da parte dei grandi feudatari europei, di riprendere in nuove regioni i possedimenti perduti in Europa a causa della decadenza del sistema feudale.
La prima crociata (1096-1099) fu bandita dal papa Urbano II attraverso i concili ecumenici di Piacenza prima, e di Clérmont d’Auvergne poi. I fautori della crociata si avvalsero della predicazione di Pierre d’Amiens (Pietro l’Eremita), detto anche Pierre Le Coucoupétre, al grido di “Dio lo vuole”. Questo personaggio, spinto dal fervore religioso, tentò inizialmente una propria spedizione, ma dovette arrendersi a circostanze contrarie e rientrò in Francia senza avere toccato i lidi della Terra Santa. La campagna militare contro i Turchi fu invece organizzata da Goffredo di Buglione, il duca di Lorena che ne assunse il comando insieme al fratello Baldovino di Fiandra. Quest’ultimo assunse il titolo di re di Gerusalemme quando la città fu conquistata dalle forze cristiane. Insieme a questi parteciparono in armi anche il duca Eustachio, Boemondo d’Altavilla e Raimondo conte di Tolosa. La prima fase della crociata si caratterizzò dall’impresa di Pierre d’Amiéns che attraversò tutta la penisola balcanica con il proposito di raggiungere la Palestina per via terra. Gli uomini della spedizione, che durante il tragitto si comportarono più come predatori che da componenti di un esercito, furono ben presto decimati dalla reazione delle popolazioni ungare e bulgare. Successivamente questi crociati furono ospitati con diffidenza dai Bizantini nei loro territori, e quindi definitivamente spazzati via in Armenia dall’esercito turco.
La seconda fase della crociata fu accuratamente organizzata da Goffredo di Buglione. L’esercito occidentale fu trasportato via mare e approdò nei territori limitrofi all’Armenia. Gli europei coalizzati attaccarono immediatamente i Turchi: assediarono e conquistarono la città strategica di Nicea, sbaragliarono l’armata turca nella piana di Dorilea, poi espugnarono Edessa ed Antiochia dirigendosi a meridione, verso Gerusalemme, la cui conquista e liberazione dai maomettani costituiva il fondamento primario della spedizione. La Città Santa cadde in mano cristiana dopo un breve assedio, nel dicembre 1099.
Lo scopo della crociata era stato raggiunto, ma restava l’ardua incombenza di organizzare i territori strappati ai Turchi. A Goffredo di Buglione, il capo militare e politico della crociata, i vincitori offrirono il titolo di sovrano di Gerusalemme. Ma questi rifiutò a favore del fratello Baldovino, assumendo soltanto il titolo di “difensore” del Santo Sepolcro. Come conseguenza alla invasione europea, in Palestina si verificò la formazione di un sistema di piccoli stati (o potentati) feudali che per molteplici ragioni non costituirono mai una forte unità politica. Dopo quasi cinquanta anni essi caddero di nuovo in mano mussulmana. Inoltre, per una capillare difesa armata dei luoghi religiosi e degli interessi politici ed economici dei monarchi europei, furono istituiti Ordini Cavallereschi di impronta monastica (Ordine Templare, Ordine Teutonico, Ordine dell’Ospedale, ed altri).
La seconda crociata (1147-1149) fu causata dalla cauta in mano islamica della città di Edessa, che era nel frattempo diventata il più forte baluardo in territorio siriano della cristianità. La nuova spedizione venne proclamata in Europa da papa Eugenio III e predicata da Bernardo da Chiaravalle. I due indussero il re di Francia Luigi VII e lo stesso imperatore del Sacro Romano Impero, Corrado IV, ad invadere in armi la Siria per riportare alla cristianità l’importante centro strategico. Ma la l’impresa produsse esiti quasi nulli, ed ebbe come unico effetto quello di ritardare di qualche anno la ricaduta in mano mussulmana di Gerusalemme.
La terza spedizione militare in Palestina (1187-1193) è nota come la “crociata dei tre re”. Infatti parteciparono Federico I Barbarossa, Filippo II Augusto di Francia e Riccardo I Plantageneto Cuor di Leone, re d’Inghilterra, che ne fu l’assoluto protagonista. Nel corso della marcia di avvicinamento alla Palestina, condotta per via terra, l’imperatore tedesco moriva affogato nel fiume Salef in Turchia, ed il suo esercito fu costretto ad abbandonare l’impresa. Il sovrano francese, inoltre, cominciò a sollevare problemi d’ordine territoriale in Europa verso l’antagonista di sempre, Riccardo Cuor di Leone, così che il suo contributo militare e politico si rivelò pressoché nullo. La crociata era stata promulgata da papa Clemente III in seguito al disastro militare cristiano ad Hattin, ma soprattutto come conseguenza della conquista di Gerusalemme da parte del sultano ayyubide Salah Al Din (Saladino), il quale aveva esteso il suo potere su tutto l’Egitto e sui vasti territori occidentali della penisola arabica minacciando la sopravvivenza territoriale dei potentati cristiani di Terra Santa. La terza crociata si concluse con un onorevole trattato di tregua tra Riccardo Cuor di Leone e Saladino: i cristiano conservarono il principato di Antiochia, di Tripoli siriana e di Giaffa (l’attuale Tel Aviv), nonché l’importante porto di San Giovanni d’Acri ed il libero accesso ai pellegrini cristiani al Santo Sepolcro dentro Gerusalemme.
La quarta crociata (1202-1204), detta anche “dei Veneziani” in quanto la Serenissima divenne il potentato occidentale che ne trasse i maggiori guadagni e che ne fu indiscusso protagonista, fu predicata da papa Innocenzo III con lo scopo di riparare all’esito negativo delle spedizioni militari precedenti. Ma anche questa impresa ebbe esito privo di valore per la cristianità, fatta eccezione per la Repubblica di Venezia. Avvenne che i comandanti dell’esercito crociato, Bonifacio da Monferrato e Baldovino di Fiandra, per raggiungere la Terra Santa si fossero rivolti a Venezia affinché mettesse a disposizione la sua flotta. Venezia acconsentì, traendone occasione per riconquistare la città portuale di Zara che si era ribellata. Durante l’assedio della città, il principe bizantino Alessio Angelo, figlio dell’imperatore di Costantinopoli Isacco II, chiese aiuto ai crociati affinché intervenissero a difesa della cristianità contro un dignitario imperiale che paventava l’usurpazione del governo. Fu così che una parte dello schieramento cristiano, guidato dai notabili di Venezia, accettò la difesa e si portò verso Costantinopoli dove riportarono sul trono l’imperatore Isacco. Alcune settimane dopo scoppiò un grave tumulto popolare a Costantinopoli. Non solo. Durante una congiura di palazzo Isacco II ed il figlio Alessio furono uccisi. Il gesto divenne il pretesto per un nuovo intervento crociato al fine di riportare la legalità, e Venezia prese fin troppo a cuore l’impegno: nel settembre del 1204 armati veneziani entrarono con la forza nella città di Costantinopoli mettendola pesantemente a sacco, la ridussero all’impotenza militare ponendone a capo Baldovino di Fiandra, e proclamarono la costituzione di un artificioso Impero Latino d’Oriente.
Il saccheggio della capitale dell’impero bizantino ebbe gravissime ripercussioni in tutta Europa e colpì i fragili equilibri dei potentati cristiani di Terra Santa. Venezia però ne trasse grandi vantaggi: di fatto poté impadronirsi dei territori e estendere la propria influenza sulla maggior parte delle isole dell’Egeo e dello Ionio. Enrico Dandolo, doge veneziano nel periodo dei fatti, si insignì del titolo di “signore di un quarto e mezzo dell’impero romano”. L’Impero Latino d’Oriente, creazione politica della Repubblica di Venezia, ebbe tuttavia vita breve. Nel 1261 fu abbattuto da una rivolta capeggiata dalla dinastia dei Paleologhi che, con l’auto di Genova, ripristinarono l’antico impero bizantino.
La quinta crociata (1218-1221), detta anche “la crociata di Damietta”, fu guidata dal sovrano ungherese Andrea II e da Giovanni di Brienne, sovrano titolare del Regno Latino di Gerusalemme che, territorialmente, non esisteva da anni. Fu la prima spedizione che venne rivolta contro i sultanati egiziani che si erano impadroniti della Palestina. Anche questa impresa ebbe un esito nullo dopo un iniziale successo, ovvero la conquista della città di Damietta, importante punto strategico situato nel delta del Nilo. I crociati attesero invano l’arrivo dell’esercito imperiale di Federico II di Svevia come rinforzo. Dopo mesi di attesa, Damietta fu riconquistata dal sultano egiziano e l’esercito crociato si disperse.
La sesta (1228-1229) fu guidata dall’imperatore Federico II, già scomunicato da papa Gregorio IX per non avere ottemperato all’impegno di prendere le armi e di ricondurre Gerusalemme alla cristianità. Tuttavia Federico, giunto in Terra Santa, invece di ricorrere alla guerra preferì patteggiare con il sultano dell’Egitto. Ottenne la cessione della Città Santa e dei principali luoghi sacri della cristianità per i successivi dieci anni. Il papa tuttavia non riconobbe né ratificò il trattato, dando successivamente luogo alla settima ed alla ottava crociata.
La settima (1248-1252) e l’ottava crociata (1270) furono condotte dal sovrano francese Luigi IX il Santo. Entrambe fallirono in modo miserevole. Anzi, lo stesso Luigi IX fu dapprima catturato dai mussulmani e quindi liberato grazie al denaro messo a disposizione dall’Ordine del Tempio, poi trovò la morte per peste a Tunisi nel 1270.
Nello svolgimento delle crociate si inserì l’opera di un grande pontefice, uno dei maggiori del Medioevo e della storia della Chiesa: Innocenzo III, al secolo Lotario da Segni. Fu papa dal 1198 al 1216. Sotto il suo governo la Chiesa raggiunse l’apogeo della propria potenza. Nell’ottica della politica ecclesiastica, Innocenzo bandì la quarta crociata in Terra Santa, una crociata contro i Mori di Spagna, affidata alla guida di re Alfonso III di Castiglia, un’altra crociata contro le popolazioni pagane della Prussia. Con un’altra crociata ancora portò guerra aperta ai Catari della Francia meridionale. Questa crociata, detta “degli Albigesi” (da Albi, città maggiore epicentro del catarismo) iniziò nel 1209, e fu bandita dal papa contro Raimondo IV di Tolosa, noto protettore dei Catari. La spedizione cattolica in Provenza fu guidata da Simone di Montfort, e vi presero parte numerosi signori feudali della Francia settentrionale. Furono commesse devastazioni ed eccidi atroci che fecero sollevare le proteste dello stesso pontefice. Le lotte decennali condussero all’estirpazione del catarismo nella Francia e in Italia dopo la capitolazione della roccaforte catara di Montségur.
Innocenzo III fu anche il pontefice che istituì ufficialmente l’Inquisizione religiosa nel 1215, per cercare, processare ed eventualmente condannare gli eretici e, qualora si fossero mostrati particolarmente ostinati, consegnarli alle autorità civili affinché li punisse secondo le leggi al tempo vigenti. Inoltre Innocenzo appoggiò apertamente l’azione dei cosiddetti “ordini mendicanti” e la pratica della povertà monacale. Tra questi ordini, ricordiamo l’’ordine degli Umiliati, diffuso soprattutto in Lombardia, quello dei Lazzariti (o Lazzaristi) dediti alla cura degli infermi, dei Carmelitani e dei Eremitani, entrambi votati alla meditazione e alla contemplazione religiosa. Innocenzo appoggiò specialmente l’Ordine Francescano e quello di Domenico di Guzman, trasformatosi successivamente in un ordine monastico di predicazione.
Il periodo delle Crociate, gli avvenimenti che contraddistinsero lo svolgimento delle stesse, sono stati da sempre oggetto di giudizi e di discussioni, di entusiasmi e di denigrazioni, che sostanzialmente rifletterono la sensibilità del periodo storico in cui furono espressi. Non c’è dubbio che le Crociate continueranno a suscitarne, se non altro in quanto narrano avvenimenti e uomini che, con le azioni e con la fede, con le loro qualità e con i loro difetti, furono protagonisti di un’epopea della storia umana che non ha trovato mai comparazioni in periodi storici successivi.



DEMONOLOGIA

LE AGGRESSIONI DEMONIACHE
(stralcio dal libro di Gabriele Petromilli “Il diavolo”, Edizioni Il Cavallo Alato, 1993)

L’attività del diavolo sull’essere umano attraverso lo spirito, l’intelligenza e la volontà, originerebbe forme di aggressione che definirei rispettivamente “diretta”, “mediata” e “sociometrica”. Queste tre forme di azione demoniaca, da me stesso fissate e coniate, sembrano compenetrarsi a vicenda e spesso agire tra loro in osmosi, con ordine crescente rispetto alla frequenza e alla quantità, ed in ordine inverso circa la pericolosità sociale che ciascuna forma di aggressione comporta. Si potrebbe affermare pertanto che la possessione diabolica, ovvero l’espressione più appariscente della forma diretta, eserciterebbe minore incidenza pratica nella società delle manifestazioni della forma sociometrica.
Forma diretta. In questo caso il demonio sembra agire sull’essenza spirituale dell’uomo, spesso sfruttandone le credenze soprannaturali. Espressioni tipiche di questa forma sono l’ infestazione e la possessione, che appaiono come conseguenze dirette dell’attività diabolica mediata. Tra infestazione e possessione esisterebbe una differenza sostanziale. Nell’infestazione è la stessa vittima ad agire e compiere azioni straordinarie sotto l’influenza di forze malefiche, mentre nella possessione è il demonio stesso attraverso il corpo della vittima. In questi casi, peraltro molto rari, si sviluppano fenomeni anche di natura paranormale che, in condizioni psicosomatiche normali, la vittima non può compiere in alcun modo. In entrambi i casi la fenomenologia paranormale riveste un valore essenziale. Lo stesso “Rituale Romano”, il testo ecclesiastico più in uso per pratiche esorcistiche, definisce con precisione i contorni dell’azione demoniaca diretta. Cito direttamente dal testo latino: “… signa autem obsidentis daemonius sunt: ignota lingua loqui pluribus verbis vel loquentem intelligere. Distantia et occulta patefacere. Vires supra aetatis seu conditionis naturam ostendere, et id genus alia, quae plurima concurrunt, majora sunt inditia…”. Nel testo sono evidenti certe espressioni della fenomenologia paranormale, quali la xenoglossia (capacità di esprimersi e comprendere idiomi sconosciuti in condizioni normali), la veggenza in ogni sua forma e i fenomeni psicocinetici. In sostanza, la vittima dell’azione diretta del diavolo manifesta l’ampia gamma di fenomeni paranormali, ovvero di elementi che implicano lo svincolamento della forza mentale dai legami dei sensi ordinari.
Forma mediata. Il modo mediato di azione diabolica si esplica attraverso l’intelligenza dell’uomo. Il termine “mediato” sottintende un intervento esterno agente attraverso la sfera intellettiva conscia oppure inconsapevole della persona, intervento spesso realizzato attraverso un supporto catalizzatore di energia mentale. All’interno della forma mediata entrerebbero in causa forze psichiche extrasensoriali, o comunque attinenti all’occultismo e alla magia. E’ accertato in via empirica che certi sensitivi possono scatenare, mediante l’impiego di tecniche mentali specifiche, forze negative di natura diabolica riversandole quindi su una vittima designata. Glie effetti ditale mediazione sono facilmente riscontrabili nella realtà quotidiana, e codificati nei grimori, nei trattati di magia “pratica” e, purtroppo, anche in certi testi di parapsicologia. Nelle mediazioni provocate inconsciamente, invece, rivestono un ruolo essenziale la predisposizione naturale alla negatività della persona agente, oppure l’ossessivo convincimento di essere, o di diventare, vittime di azioni diaboliche o comunque malefiche. Molto spesso i sintomi dell’azione mediata si confondono con le espressioni tipiche delle patologie mentali, per cui in certi casi è difficile anche per un demonologo esperto attribuire la cause delle mediazioni demoniache oppure alle malattie.
Forma sociometrica. E’ la forma meno appariscente, ma la più subdola e dannosa. Non presenta anormalità di comportamento in ottica extrasensoriale, ma nessuna persona sembra esserne immune. In questo tipo di azione demoniaca si concentrano le tentazioni, le negatività e gli odi che, in misura più o meno abbondante o evidente, sono rilevabili in ognuno di noi in quanto esseri umani. I difetti presumono l’azione diabolica solamente quando esita la volontà della persona ad impiegarli a danno altrui. Nella manifestazione sociometrica pertanto, il demonio agisce mediante la volontarietà del male, sfruttando le debolezze umane e l’ignoranza della natura intima delle cose materiali e dello spirito. Nel contesto sociometrico si inseriscono tutte le correnti culturali, filosofie o modi di vita, che hanno suscitato la massificazione edonistica delle coscienze, incanalandole verso una visione materialistica della realtà, degradata e degradante, priva cioè di contenuti ideali e di tensioni verso la dimensione spirituale dell’esistenza.



IL MARTIRIO
DELLA MEMORIA DEI TEMPLARI
(testo estrapolato dalla prefazione del libro di Mario Arturo Iannaccone “Templari, il martirio della memoria”).

L’Ordine del Tempio, gli storici lo sanno bene, non esiste più, eppure improvvise e ricorrenti mode culturali tornano periodicamente a sussurrare la vecchia cantilena della sua sopravvivenza, della sua perdurante potenza e sfida a dimostrare il contrario. L’Ordine Templare non è più risorto, almeno non nelle condizioni e con le caratteristiche che aveva in origine. Da circa due secoli, vampate di moda templare seguono gli altrettanto ricorrenti revival egizi. Negli anni 1810, 1880, 1920, 1950, 1990 la moda egizia è sempre stata seguita da una moda templare. Tutte hanno dato origine a fioriture improvvise di libri, di opere teatrali e poi di film.
Il templarismo è un fenomeno culturale importante ma anche un fenomeno sociale, per il quale piccoli gruppi di persone inscenano rifondazioni del Tempio. Per fare ciò ricorrono ad una serie di espedienti, giustificazioni o razionalizzazioni: la filiazione occulta, la filiazione iniziatica o ancora la filiazione spirituale. La prima si basa sul presupposto che i Templari siano sopravvissuti segretamente come organizzazione, la seconda che può convivere con la precedente immagina l’esistenza di una sorta di successione apostolica di maestri e di discepoli che avrebbero serbato le giuste condizioni dell’iniziazione. Questa pretesa si fonda sul corollario che i Templari abbiano praticato una religiosità occulta. La filiazione spirituale si fonda, più semplicemente, sulla convinzione che ripristinando alcuni dei principi ispiratori del tempio ci si possa riallacciare alla tradizione dei Templari anche in assenza di altri collegamenti.
Arriviamo così al “templarismo”, una tendenza culturale eclettica che cerca di collegare in un’unica parola un fiammeggiante immaginario acceso dalle vicende dell’Ordine del Tempio e dai suoi, veri o supposti, punti oscuri.
Il “neotemplarismo” a sua volta è invece il tentativo, talvolta nobile, spesso bizzarro e altre volte grottesco, di resuscitare realmente l’Ordine.
Sia il templarismo che il neotemplarismo sono termini generici che abbracciano fenomeni, credenze, organizzazioni e motivazioni diversissime tra loro, il cui unico collante è l’uso dell’utopia del Tempio. In proposito, attualmente importanti organizzazioni neotemplari discutono e contestano la validità dei termini. Stelio Venceslai, leader di un’organizzazione neotemplare italiana, propone di sostituire templarismo con “templarità”. Se è vero che la parola templarismo è una semplificazione, essa conserva un’indubbia utilità: è templarismo tutto ciò che si riferisce alle ipotesi storiche alternative riguardo ai Templari e a quella sorta di ideale cavalleresco aggiornato ai tempi moderni che da esse deriva. A bene vedere non possiede teorie storiche propriamente dette, ma soltanto ipotesi che confinano, e sovente sfociano, nei liberi spazi della immaginazione (nota del curatore del sito: è proprio questa la linea adottata riguardo la storia, la cultura e la divulgazione, alla quale “Informazioni Templari” hanno cercato e continuano ad attenersi). I moderni neotemplari non imbracciano armi, non vivono in caserme o conventi e non professano voti religiosi. I più fanno beneficenza, esprimono o realizzano buoni propositi, promuovono attività culturali. Altri si dedicano ad attività occultistiche o magiche. Va da se che i gruppi neotemplari moderni si contano a centinaia e che le rinascite del tempio hanno radunato legioni di continuatori.
Un altro aspetto interessante del fenomeno è la rilettura critica o alternativa della storia. Molti progetti neotemplari sono accomunati da un atteggiamento critico nei confronti della storia “ufficiale” o “accademica” cui viene contrapposta una storia non convenzionale. Gli argomenti ricorrenti della letteratura templarista tendono a sostenere che i Templari non furono distrutti ma sopravvissero segretamente, che appartenessero ad una tradizione occulta a loro precedente, che il ciclo letterario del Graal sia sicuramente legato ai Templari e che tale legame abbia invariabilmente un significato oppositivo ed eretico. Molti scrittori dell’esoterismo popolare accettano e diffondono questi elementi senza lasciarne indietro alcuno facendo così rientrare il templarismo nelle teorie della cospirazione. Come il mito secondario di Rennes le Chateau, il mito templare attira scrittori che impiegano un argomentare disinvolto, dimostrazioni auto referenziali e un’interpretazione insidiosamente sospettosa.
Le organizzazioni neotemplari propriamente dette sono centinaia nel mondo, per lo più di contenutissima consistenza numerica, e sottoposte ad una continua evoluzione tanto che non è possibile censirle tutte. Il computo è tanto più difficile oggi, dopo che il mito templarista è esploso nel mare magnum della “new age”, dove ibridazioni, sincretismi e commistioni sono la regola. Peraltro, la presunta continuità segreta si lega alla pretesa che i Templari fossero in possesso di un insegnamento spirituale occulto, in genere definito “iniziatico”, oppure alla eventualità che detenessero uno o più “oggetti di potere”. Come l’Arca dell’Alleanza, il Graal o la Lancia di Longino.


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INVITO ALLA RICERCA - Per i lettori interessati ad eseguire ricerche in ambito templare, si fornisce un elenco di edifici storici (minima parte), presenti nell’Italia centrale, che sono in odore “di templarità” o che potrebbero consentire, con le loro antichità ed architetture, lo sviluppo di ulteriori approfondimenti storici. I lettori che reperissero informazioni in merito, sono invitati a darne notizia per e.mail ad “Informazioni Templari” che provvederà in tempi debiti a darne informazione pubblica pur mantenendo, se desiderata, l’ impersonalità del corrispondente. E’ gradito anche l’invio di immagini o di fotocopie di documenti, nonché ogni notizia su altri monumenti o luoghi che il corrispondente presume abbiano avuto attinenza con l’Ordine del Tempio.



ELENCO



- Marche: Chiesa di San Giovanni ad Templum, Ascoli Piceno.

Chiesa e Monastero di Santa Croce, Ascoli Piceno.

Chiesa di San Marco, Offida (AP).

Chiesa di San Sebastiano, Camerino (MC).

Chiesa e Monastero di Santa Croce del Sentino, Sassoferrato (AN).

Chiesa di San Paterniano di Rivoretroso, Sassoferrato (AN).

Monastero di Santo Anastasio, Scapezzano di Senigallia (AN).

Chiesa di Santa Maria del Bodio, Scapezzano di Senigallia (AN).

Chiesa di San Giovanni, Pesaro.

Chiesa di Santo Ansovino, Avacelli di Arcevia (AN).

- Lazio: Chiesa di Santa Maria dell’Aventino (ora Smom), Roma

Torre di Cecchignola, Roma

Torre dei Templari, San Felice Circeo (LT).

Chiesa di Santa Maria del Tempio, Bolsena (VT).

Chiesa e Ospedale di San Giovanni, Tarquinia (VT).

- Umbria: Monastero di San Giacomo, Città di Castello (PG).

“Castrum Proculi”, Spoleto (PG).

Chiesa di Santa Maria, Todi (PG).

Chiesa di San Rocco, Preci (PG).

Chiesa e monastero di Santa Croce de Culiano, Sigillo (PG).

- Toscana: Chiesa di San Jacopo delle Vigne in Campo Corbolini, Firenze.

Chiesa di Santa Maria al Tempio, Firenze.

Chiesa e Monastero di Santa Croce, Firenze.

Chiesa di San Jacopo, San Gimignano (SI).

Chiesa di San Matteo, San Gimignano (SI).

Spedale di San Giovanni, San Gimignano (SI).

Chiesa di Santa Sofia, Pisa.

Chiese di San Pietro, di Cerbara e di Castillione, Lucca.



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